Prima la troupe di Striscia la Notizia sul piazzale della stazione nord di Varese, con telecamere e microfoni in funzione per cercare testimonianze su un gruppo di badanti romene in arrivo dal loro paese a bordo di un furgone. Poi l’indagine scattata con gli accertamenti della Squadra Mobile della città e dei carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro. Che confermano i sospetti su un presunto giro di lavoro in nero, tradotti successivamente nelle richieste di rinvio a giudizio per diversi soggetti, coinvolti a vario titolo nel racket delle assistenti a domicilio.
Dopo un proscioglimento, un patteggiamento e il decesso di una delle persone indagate, sono due le posizioni rimaste pendenti in un processo in corso davanti al collegio del Tribunale di Varese. Associazione a delinquere e intermediazione illecita sono le accuse contestate ad un 68enne di Besnate (all’epoca dei fatti compagno dell’amministratrice di una delle società coinvolte nell’indagine, tre in totale) e una donna romena di 48 anni, che secondo la Procura avrebbe partecipato al racket mettendo a disposizione un appartamento per la badanti che non potevano essere ospitate a casa degli anziani da accudire.
Dopo una lunga sequenza di testimonianze, raccolte in udienza, sulle condizioni di lavoro cui erano sottoposte le badanti (niente ferie e niente permessi, e guai a fare domande su contratti e diritti, e poi ancora il disagio di chi si trovava a condividere con diverse altre colleghe un piccolo appartamento dove era presente un solo letto), nella mattinata di venerdì, in aula, la parola è passata ad un investigatore della Squadra mobile che ha ricostruito l’origine dell’inchiesta.
«Le badanti denunciavano minacce e maltrattamenti – ha spiegato il testimone – Con un decreto di perquisizione siamo entrati nella sede di Gavirate della cooperativa per la quale lavoravano, e poi in altri uffici. Abbiamo sequestrato un pc e vari documenti, perquisendo poi l’appartamento in cui le badanti dormivano, in via Piave a Varese».
Dall’analisi dei dati raccolti emerge un lungo elenco di badanti reclutate tre il 2009 e il 2014. I loro nomi, inseriti nel portale Inps e in altri portali, non danno alcuna corrispondenza. «Erano tutte sconosciute», ha precisato l’operante. Infatti, per l’accusa, la cooperativa non presentava alle donne contratti da firmare, anzi, chiedeva una “quota” di alcune centinaia di euro per poter iniziare a lavorare a casa di una delle famiglie in cerca di figure per l’assistenza domiciliare.
«Le famiglie – ha aggiunto in conclusione il testimone – chiedevano alla cooperativa di poter regolarizzare la posizione delle badanti, a livello contrattuale e contributivo, proprio perché quelle donne non avevano nulla in mano».
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