Era stato condannato per diffamazione ai danni di una collega di lavoro, ma grazie al ricorso presentato in tribunale a Varese dal suo difensore, l’avvocato luinese Simona Ronchi, la sua posizione processuale è cambiata totalmente. Nei giorni scorsi, infatti, il giudice ha accolto la tesi del legale, assolvendo l’uomo – 41 anni e nel 2019 dipendente di una struttura sanitaria dell’alto Varesotto – perché ” il fatto non sussiste”.
Il pubblico ministero aveva chiesto la conferma della sentenza di primo grado, emessa dal Giudice di Pace di Luino esattamente un anno fa (clicca qui), con la quale l’imputato era stato condannato al pagamento di 400 euro di multa e al risarcimento della persona offesa, una 42enne di professione musicoterapista, per i danni patiti a causa dei pesanti pettegolezzi sul suo conto.
Per la donna fu uno shock scoprire che al lavoro i colleghi la consideravano una rovina famiglie, per via di una presunta relazione clandestina con un altro dipendente, già sposato, e per i vari amanti che avrebbe avuto e gli uomini che avrebbe sedotto con il suo modo di fare. Dicerie che proprio il 41enne, secondo le accuse, avrebbe fatto circolare sia tra i reparti della struttura – approfittando di una festa natalizia per vuotare il sacco – sia via chat, con conseguenze anche gravi per la diretta interessata: litigi in famiglia, allontanamento dal posto di lavoro, depressione.
L’uomo lo scorso anno, davanti al giudice Davide Alvigini, aveva negato tutto dicendo che mai si sarebbe sognato di parlare di certe cose con le persone coinvolte nella vicenda, e che le frasi fatte circolare via chat non rispecchiavano il suo modo di esprimersi. Il suo difensore aveva inoltre puntato il dito sull’attendibilità dei testimoni, su una collocazione cronologia degli eventi tutt’altro che precisa, su una narrazione distorta di quanto accaduto: tesi che, portate nuovamente in un’aula di tribunale, hanno contribuito a riformare il verdetto.
«Affinché la diffamazione possa configurarsi è necessario che siano presenti almeno due persone – spiega l’avvocato Ronchi – che in quel contesto non c’erano. In dibattimento, poi, abbiamo scoperto che uno dei presunti testimoni era in realtà in malattia nel giorno in cui sarebbero state fatte le confidenze. Come ammesso dal testimone stesso».
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