Luino | 25 Aprile 2022

Il XXV Aprile nelle parole dei sindaci di Luino e Germignaga: «Saremo resistenti, non desistenti»

I discorsi integrali che i primi cittadini Enrico Bianchi e Marco Fazio hanno tenuto durante le celebrazioni di questa mattina

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Riportiamo di seguito, integralmente, i discorsi tenuti questa mattina dal sindaco di Luino, Enrico Bianchi, e dal primo cittadino di Germignaga e vicepresidente della Comunità Montana Valli del Verbano, Marco Fazio, in occasione delle celebrazioni del XXV Aprile.

Qui l’articolo che racconta la mattinata: https://www.luinonotizie.it/2022/04/25/luino-celebra-la-festa-della-liberazione-dal-25-aprile-viene-un-appello-alla-pace/370025.

Discorso di Enrico Bianchi, sindaco di Luino

Trent’anni fa, uomini di diversa età ed anche giovanissimi, di diversa origine ideologica, culturale, politica, sociale; provenienti sovente dall’esilio, dalla prigione, dall’isolamento hanno combattuto, per restituire all’Italia l’indipendenza nazionale e la libertà.

L’acquisizione della democrazia e della libertà non è qualche cosa di fermo e di stabile che si possa considerare raggiunta una volta per tutte. Bisogna garantirla e difenderla, approfondendo quei valori di libertà e di giustizia che sono la grande aspirazione popolare consacrata dalla Resistenza.

Cosi Aldo Moro nel 1975 parlava in occasione del trentennale della Liberazione: «Il nostro antifascismo non è dunque solo una nobilissima affermazione ideale, ma un indirizzo di vita, un principio di comportamenti coerenti. Non è solo un dato della coscienza, il risultato di una riflessione storica; ma è componente essenziale della nostra intuizione politica, destinata a stabilire il confine tra ciò che costituisce novità e progresso e ciò che significa, sul terreno sociale come su quello politico, conservazione e reazione. Intorno all’antifascismo è possibile e doverosa l’unità popolare, senza compromettere d’altra parte la varietà e la ricchezza della comunità nazionale, il pluralismo sociale e politico, la libera e mutevole articolazione delle maggioranze e delle minoranze nel gioco democratico».

Non è facile oggi celebrare la ricorrenza del 25 Aprile. Gli echi e i rumori di una guerra cosi vicina ci fanno sprofondare in uno stato di ansia. Non possiamo negarlo: abbiamo anche paura. Si, paura che tutto ciò che abbiamo creduto in questi anni dalla Liberazione in poi, tutto ciò che è stato conquistato con la lotta partigiana, svanisca. Libertà, democrazia, diritti potrebbero essere annullati con atti di guerra spregiudicati, distruttivi, contro ogni legge di diritto internazionale, in un attimo.

Dobbiamo però ammetterlo: abbiamo avuto l’abitudine di ritenere che le guerre riguardassero solo luoghi lontani e non sempre il mondo nel quale ci identifichiamo, il mondo occidentale, è stato immune da iniziative imperialiste. Ma oggi siamo qui a ricordare coloro che hanno lottato per la democrazia e la nostra libertà, ricordiamo, come ha detto il nostro presidente Mattarella, «un popolo in armi per affermare il proprio diritto alla pace dopo la guerra voluta dal regime fascista e che a pagare furono le popolazioni civili, contro le quali, in un tragico e impressionante numero di episodi sanguinosi, si scagliò la brutalità delle rappresaglie».

È inevitabile associare il ricordo della lotta di Liberazione a quanto sta avvenendo in questi giorni, in questi momenti in Ucraina. Aggiunge il Presidente Mattarella: «abbiamo assistito in queste settimane – con profondo senso di angoscia – a scene di violenza sui civili, anziani, donne e bambini, all’uso di armi che devastano senza discrimine, senza nessuna pietà. L’attacco violento della Federazione Russa al popolo ucraino non ha alcuna giustificazione. La pretesa di dominare un altro popolo, uno Stato indipendente, ci riporta alle pagine più buie della
storia passata».

Dal nostro 25 aprile, dalla data che mise fine alle ostilità sul nostro territorio, viene un appello alla pace. Alla pace, non ad arrendersi di fronte alla prepotenza. A praticare il coraggio di una de-escalation della violenza, il coraggio di interrompere le ostilità, il coraggio di ritirare le forze di invasione. Il coraggio di ricostruire. Riflettere sul valore dei diritti dell’uomo, primo fra tutti quello di poter vivere in pace, è il forte messaggio che ci ha consegnato la Resistenza. Viva la Liberazione, viva la Repubblica, viva l’Italia.

Discorso di Marco Fazio, sindaco di Germignaga e vicepresidente della Comunità Montana Valli del Verbano

Nonostante la guerra, o anzi proprio perché c’è la guerra, oggi è festa. Festa di liberazione, ricordo del giorno in cui il popolo e le Forze Alleate liberarono la nostra Patria dal nazifascismo. Ma è un 25 aprile sicuramente ancora più denso di riflessioni, in cui la mente corre a quanto avviene a non così grande distanza da noi.

Nei nostri giornali leggiamo di “resistenza”, nelle nostre case ci si confronta sulla scelta di molti giovani – e non solo – che stanno prendendo le armi nel conflitto ucraino, ci si chiede che cosa faremmo noi al loro posto. Non amo le attualizzazioni, il tentativo di piegare la memoria al contesto dell’oggi. Certo, però, posso dire che sentire le testimonianze, vedere la determinazione di persone che, da un momento all’altro, cambiano vita per difendere la propria terra, non può non farci ricordare le scelte di chi ci ha preceduto e ammirarne il coraggio.

Ma ridurre la resistenza a fatto d’armi è riduttivo, anzi, rischia di far cadere in narrazioni pericolose, come quelle che equiparano la guerra partigiana alle azioni di fascisti e repubblichini. La resistenza, ce lo ricorda Calamandrei, «prima che schifo della fazione interna, prima che insurrezione armata contro lo straniero […] è stata la ribellione di ciascuno contro la propria cieca e dissennata assenza: sete di verità e di presenza, ritorno alla ragione, all’intelligenza, al senso di responsabilità. La resistenza è stata, nei migliori, riacquisto della fede nell’uomo e in quei valori razionali e morali coi quali l’uomo si è reso capace nei millenni di dominare la stolta crudeltà della belva che sta in agguato dentro di lui».

E figlie di quel sussulto morale furono la pace e la Costituzione, che mi piace pensare come la coscienza della nostra nazione: elemento che ci definisce, ma pure che tiene dritta la barra, che non permette deviazioni da principi inviolabili: la democrazia, l’uguaglianza, il rispetto della dignità e dei diritti umani, il rifiuto di ogni forma di razzismo, un “naturale”, mi verrebbe da dire, antifascismo. Una costituzione verso la quale io credo dobbiamo avere lo stesso atteggiamento che abbiamo davanti ai nostri più grandi capolavori: li si ammira, li si protegge, ci si adopera per la loro manutenzione e infine ci si spende per valorizzare e far conoscere.

Un atteggiamento che ci viene richiesto soprattutto pensando ai nostri bambini e ragazzi: in primo luogo, coltivando la memoria e adoperandoci per una sempre più precisa conoscenza e lettura storica. Ma soprattutto, sapendo che a loro non dobbiamo trasmettere retorica, ma viva testimonianza.

E lo sapremo fare se sapremo vincere quella che, sempre Calamandrei in un articolo del 1946 chiamava “desistenza”, caratterizzata da «la sfiducia nella libertà, il desiderio di appartarsi, di lasciare la politica ai politicanti». Un articolo importante, che vi invito a recuperare, anche per il precocissimo richiamo al rischio di rigurgiti fascisti, nelle forme esplicite, che ancora ieri abbiamo visto in forma tragicomica, o in quel lento cedere all’oblio, alla giustificazione, all’inazione della giustizia. Saremo resistenti, non desistenti, se sapremo sempre opporre all’individualismo l’altruismo, al vantaggio opportunistico del singolo la comunità, al silenzio la parola che educa, denuncia, prende posizione. Non servono sempre e solo armi. Anche se talvolta servono, come dovettero imparare i nostri partigiani. Che non scelsero, analizzò bene la storica Colombini, di ‘creare’ la violenza, ma la accettarono come mezzo perché già esiste, era la condizione in cui si trovavano a vivere, provocata dal conflitto e dall’occupazione.

Ci sostenga il medesimo amore per il nostro paese che spinse molti, in tante diverse forme, a reagire, per dare, come indicò con una felice espressione lo scorso anno il presidente Mattarella, «un regalo alle generazioni che sarebbero venute dopo». Viva la resistenza, viva l’Italia!

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