Mille euro al mese, lavorare, non lamentarsi, non chiedere spiegazioni. E soprattutto, non avanzare richieste. Erano queste le condizioni imposte alle donne rumene in cerca di una occupazione come badanti che entravano nel “giro” di tre cooperative sociali situate tra Gavirate e Azzate.
Un giro di lavoro in nero alimentato a più riprese tra il 2009 e il 2014, fino alle indagini condotte dalla Squadra Mobile di Varese e dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro che hanno portato alla luce il meccanismo, ora oggetto di un procedimento penale per associazione a delinquere e intermediazione illecita, nel quale sono imputati un 67enne di Besnate e una donna rumena di quarantasette anni.
L’uomo, compagno all’epoca dei fatti dell’amministratrice di una delle tre società coinvolte – indagata e in seguito deceduta – figura nella ricostruzione della Procura di Varese come uno dei responsabili dell’inserimento lavorativo delle badanti; la donna è invece la proprietaria di un appartamento dove pernottavano le badanti che non avevano la possibilità di essere ospitate presso le abitazioni delle persone di cui si prendevano cura.
Le cooperative curavano tutti i dettagli, dal viaggio Romania – Italia ai contatti con i datori di lavoro. Tutti tranne uno, secondo l’accusa: le badanti, dopo il versamento di una “quota” di alcune centinaia di euro, iniziavano a svolgere le proprie mansioni senza aver firmato alcun contratto. La stessa versione è stata confermata in aula, davanti al collegio del tribunale di Varese presieduto dal giudice Cesare Tacconi, da una delle donne dell’est finite nella rete (tre si sono costituite parte civile nel procedimento, ma sono circa una trentina le persone offese).
La donna arriva in Italia nel 2011. Segue l’ “iter” imposto dalla cooperativa mettendo 300 euro nelle mani di una connazionale (oggi a processo) legata ad una delle cooperative, e viene mandata a casa di un’anziana signora di Gavirate, accudita h24, fatta eccezione per un paio d’ore di libertà nel fine settimana. Accende un conto postale, come da indicazioni, per l’accredito dello stipendio e alla fine di ogni giornata dorme su un divano letto nel monolocale della signora. Quel compito viene accettato e portato avanti per un anno, poi le cose prendono una brutta piega.
“Avevo bisogno di tornare in Romania per occuparmi della vendita della casa appartenente alla mia famiglia – ha spiegato la badante in aula durante l’ultima udienza -. Mi servivano due settimane ma il permesso mi è stato negato”. La donna insiste, durante una animata discussione con l’amministratrice della cooperativa – suo principale punto di riferimento fin dall’arrivo in Italia – riceve uno schiaffo e l’invito a tenere chiusa la bocca. “E’ stato il suo compagno (il 67enne, odierno imputato, ndr) ad avvertirmi: ‘Se non smetti di parlare ti facciamo sparire'”, ha aggiunto la donna davanti ai giudici.
La situazione si complica quando anche il figlio della anziana assistita a domicilio comincia a fare domande, chiedendo la regolarizzazione contrattuale della lavoratrice, che successivamente decide di tornare comunque in patria e viene prontamente sostituita da un’altra badante. Al suo rientro in Italia si recherà dai carabinieri per denunciare tutto.
Alcuni aspetti della vicenda restano da chiarire e verranno sottoposti all’esame in aula ulteriori testimoni. Il processo riprenderà a febbraio.
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