Luino | 11 Dicembre 2020

Luino, Covid al Comi: “Personale fondamentale per cura di ospiti e parenti, l’angoscia è tanta”

In una lettera, una cittadina chiede se non sia possibile ricorrere a volontari: “Vincoli e procedure invalicabili? Ne fa le spese il rispetto degli esseri umani”

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Riceviamo e pubblichiamo una lettera inviata alla nostra redazione da parte di una cittadina luinese, relativa alle difficoltà – note ormai da giorni – all’interno della Fondazione Monsignor Comi, causate da una massiccia diffusione del Covid-19 tra ospiti e operatori.

I tanti problemi segnalati sia dai famigliari sia dai responsabili della struttura hanno preoccupato e coinvolto emotivamente molti abitanti di Luino, compresi coloro che non sono stati direttamente colpiti dalla situazione, come nel caso dell’autrice del messaggio che riportiamo di seguito.

Gentile Direttore, non sono residente a Luino, non ho parenti ricoverati presso la RSA Fondazione Monsignor Comi, ma voglio credere che non si debba mostrare la patente di “persona direttamente coinvolta” per sentire empatia, sia verso le persone che si trovano all’interno della struttura (ospiti e personale), sia verso chi sta vivendo l’attuale situazione dall’esterno (i parenti e le persone a questi vicine. Eh, sì.. perché esiste anche l’Amicizia, fra gli umani, per fortuna).

È stata proprio l’amicizia che mi lega a una persona che ha un genitore ricoverato lì a darmi – diciamo così – la possibilità di vedere, direi quasi con gli occhi, la condizione di significativo dolore, solitudine, ansia se non addirittura angoscia, che caratterizzano ormai da molti giorni anche le vite dei parenti.

Queste persone avevano già dovuto sospendere il contatto coi loro cari durante la prima ondata e, pur col dispiacere di non poterli incontrare di persona e abbracciare, hanno seguito le regole. Non farlo avrebbe significato mettere in pericolo la salute delle persone all’interno e non solo. Regole che avevano un senso perché chiamavano in causa anche la capacità di ciascuno di mettersi nei panni dell’altro. E infatti, alla fine, nessuno (fra ospiti e personale) era stato contagiato: un’eccezione, nel confronto con la situazione di moltissime altre RSA (dal Pio Albergo Trivulzio in poi).

Ora vediamo che la seconda ondata ha molto colpito la provincia di Varese e che però, forse, questa evenienza si sarebbe dovuta mettere in conto, per tempo, durante i mesi di breve tregua estiva. Chissà. Fatto sta che la situazione della RSA Fondazione Monsignor Comi di Luino, a partire dai primi di novembre, si è capovolta: gli ospiti si sono contagiati e così anche la gran parte del personale.

Ecco, la questione del personale (insufficiente, date le circostanze) è centrale ed è stata anche sollevata nell’appello di un vostro lettore pochi giorni fa. E il fatto di trovarlo al più presto non riguarda solo la cura degli ospiti, ma anche l’avere cura dei parenti che sono costretti a seguire, con non poche difficoltà e grande apprensione, la situazione dei loro cari, da fuori. Molta letteratura scientifica dimostra che una buona parte dell’efficacia della cura è giocata proprio dalla cura della relazione fra le principali parti (cioè: le persone) coinvolte.

Allora, se si è in emergenza, perché non si prendono in considerazione strade alternative rispetto a quelle utilizzate in condizioni di normalità? Penso alle reti di volontariato presenti sul territorio, alle persone con esperienza specifica nell’assistenza agli anziani, ma sprovviste di attestati, ecc. Si è tentato qualcosa in questo senso?

Si risponderà forse che non si può, che ci sono delle procedure, dei requisiti, degli standard che vanno seguiti. Tutti vincoli che posti così, come non fossero almeno temporaneamente negoziabili, diventano muri invalicabili rispetto all’emergenza e che rischiano di lasciare inutilizzate le risorse che il territorio, se coinvolto, potrebbe magari mettere a disposizione.

Diversamente da come era successo durante la prima ondata, quando il rispetto delle regole da parte dei parenti aveva permesso di salvaguardare la salute loro e dei ricoverati, ora il rispetto sordo delle regole rischia di andare nella direzione opposta. La realtà non è mai o bianca o nera e l’immaginazione, messa a servizio della realtà, dovrebbe servire a ragionare in termini di “e…e”. Quando il “rispetto delle procedure” si rivela incapace di farsi toccare dalla realtà a farne le spese è il rispetto degli esseri umani in essa coinvolti. E la confusione e la sofferenza che ne derivano, non sono responsabilità delle procedure e neppure del Covid-19. Perché né alle procedure, né tanto meno a un virus, possiamo chiedere di mettersi nei panni degli altri. Queste sono capacità e responsabilità esclusivamente umane.

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