Pochi conoscono il clima come lui, Frank Raes, il climatologo di fama internazionale che abita proprio vicino a Laveno Mombello. Dopo un suo strepitoso intervento a fine giugno, quando ha fatto “irruzione” al Collegio Docenti dell’Istituto Comprensivo “B. Luini” di Luino, ai primi di settembre un gruppetto di docenti del medesimo istituto è andato a trovarlo nel suo “Museo della tecnologia dell’Antropocene” di Laveno Mombello, per parlare di cambiamenti climatici ed esplorare la sua raccolta di reperti e manufatti provenienti da tutto il mondo, che testimoniano come l’uomo moderno stia vivendo una nuova era geologica dominata dalla plastica, dal cemento e dalla radioattività: l’Antropocene, appunto.
Ma chi è Frank Raes? Nato in Belgio, dopo la laurea presso l’Università della California, si è specializzato in chimica dell’atmosfera e climatologia. Fino al 2015 è stato a capo dell’unità sui cambiamenti climatici del centro di ricerca della Commissione europea a Ispra (JRC), contribuendo, con il suo gruppo, allo sviluppo di politiche europee nel campo del cambiamento climatico e della sostenibilità. Ha ottenuto il dottorato in Fisica presso l’Università di Gand (Belgio) e un post-dottorato all’Università della California a Los Angeles. È esperto di fisica e chimica dell’atmosfera e del loro legame con i cambiamenti climatici. È docente presso l’Università Bocconi di Milano e “visiting professor” al “California Institute of Technology” di Pasadena. È autore di circa 80 pubblicazioni.
Oltre alla sua continua ricerca collegata allo sviluppo della Legislazione Europea, da tempo si dedica alla divulgazione scientifica e all’interazione tra scienza e arte. “La specie umana sta modificando in modo indelebile il pianeta su cui vive e le tracce delle nostre attività identificano una soglia che i paleontologi del futuro certamente riconosceranno. Le modifiche imposte dall’umanità al pianeta di oggi identificano l’inizio di una nuova era geologica, l’Antropocene: l’era dell’impatto umano”. Così ha esordito accogliendo i docenti nelle due sale espositive, dove, proprio come in una “camera delle meraviglie”, ha raccolto oggetti, documenti e fotografie; ha collocato opere d’arte e installazioni che ripercorrono gli ultimi duecento anni circa di progressi tecnologici.
“A me è sempre sembrato utile vedere i cambiamenti climatici di oggi nell’ottica di quelli avvenuti in tutta la storia della Terra, a partire dalle grandi estinzioni di massa come quelle dei dinosauri dovute ai cambiamenti climatici, alla comparsa dei primi ominidi, entrati in scena solo 7 milioni di anni fa, fino alla nostra storia recente. Ed è proprio in questi ultimi duecento anni che troviamo molte cose: dalle macchine a vapore alla musica, ma anche il colonialismo e i primi saccheggi del pianeta; le rivolte sociali, le grandi guerre, l’esplosione demografica, il primo dispiegamento di armi di distruzione di massa, il petrolio, la plastica, le città tentacolari… Esplosione della creatività, ma anche civiltà dell’usa e getta, con il buco nell’ozono e i viaggi nello spazio; Chernobyl, Internet, i mercati finanziari, la biodiversità, la vita virtuale, la diseguaglianza. Si tratta di emergenza dopo emergenza, disastro dopo disastro… Così il nostro fare su questo pianeta ha la forza pari a quello dei grandi cataclismi naturali della preistoria. Anche senza uso della bomba atomica facciamo scomparire specie animali e vegetali ad un ritmo pari a quello delle grandi estinzioni di massa”.
Con grande contagiosa passione e un linguaggio semplice, immediato, accattivante, l’illustre ospite ha raccontato la storia di questi oggetti raccolti nel suo museo, i quali improvvisamente assumono il valore di icone della moderna civiltà, assumendo, agli occhi di chi li osserva con attenzione un valore nuovo e inaspettato, che apre a nuove considerazioni sul presente, ma soprattutto sulle prospettive future del nostro pianeta.
“Il nostro tempo è l’era dell’antropos, dell’uomo, che sarà ricordata tra milioni di anni dallo strato di fossili con cemento, radioattività e plastica. Tanti studiosi sostengono che YouTube sia la stanza delle meraviglie della nostra epoca. In effetti, nel ‘500 le novità venivano dal nulla, oggi vengono progettate da un apparato scientifico e tecnologico per un consumo di massa. Le novità non meravigliano più, perché si soppiantano l’una con l’altra: tutto è possibile e la mancanza di meraviglia è mancanza di dubbio, di senso critico su come operiamo nel nostro pianeta. Rimaniamo incastrati in questo modello consumistico che riconosce solo il valore del denaro, appiattisce la nostra cultura umana e può portar anche alla scomparsa della nostra civiltà”.
È dunque così pessimistica la visione del mondo secondo Frank Raes? L’uomo sta inesorabilmente avvicinandosi alla sua autodistruzione? Certo che no! Egli crede che il mondo possa essere cambiato, anche attraverso piccole azioni, come la creazione di una stanza delle meraviglie come questa di Laveno, in cui si parli di Antropocene e di tecnologie. Un luogo che diventi una “macchina per guardare, con lo scopo di ritrovare la meraviglia e il dubbio, per far vedere come tutto è un po’ più complesso di quello che ci vuole fare credere il modello consumistico”.
Ma un solo museo non basta, perché rischia di avere poco impatto sulla gente. Perché allora non pensare ad una rete capillare, come quella delle chiese? Chiese come musei, dunque, nelle quali collocare un altare dedicato alla nostra “casa comune, come lo stesso Papa Francesco chiama questo indissolubile intreccio tra la Natura e l’uomo, che aiuterebbe tutti ad uscire dalla luce riverberante della città per entrare in uno spazio buio e silenzioso, dove la frenesia si ferma”.
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