“La Giornata della Memoria” ricorre il 27 gennaio, data che nel 1945 ha visto l’apertura dei cancelli di Auschwitz. Ogni tipologia di anniversario, per definizione, si propone di ricordare un particolare avvenimento. La Giornata della Memoria, in quanto tale, sembra, invece, voler ricordare di ricordare. Ma come si costruisce e si mantiene la memoria di fatti ormai così lontani nel tempo? Enzo Baccheschi lo fa a modo suo, portando lo sguardo a volgersi indietro, su quelle pagine che la storia vorrebbe strappare dal suo libro infinito, attraverso le immagini catturate dall’obiettivo della sua macchina fotografica, nel corso del viaggio “Treno della memoria 2014”. Questi scatti hanno dato vita alla mostra “Ricordare per non dimenticare”, che sarà visitabile presso l’Aula Magna dell’I.S.I.S. di Luino da lunedì 27 al 3 febbraio.
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(emmepi) Luino, 27 gennaio 1945-27 gennaio 2017: “La Memoria non muore mai”. Il 27 gennaio 1945 furono abbattuti dalle truppe sovietiche della Prima Armata del Fronte Ucraino i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz, liberando 7mila prigionieri ancora in vita, abbandonati dai nazisti perché considerati malati. Così fu rivelato al mondo l’orrore del genocidio nazista. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il primo novembre 2005, con la risoluzione 60/7, designò la data del 27 gennaio come “Giorno della memoria”: ricorrenza internazionale per commemorare le vittime dell’Olocausto. Ma come si costruisce e si mantiene la memoria di fatti ormai così lontani nel tempo e dei quali rimangono pochissimi testimoni viventi di quella follia? Da alcuni anni, tra le tante iniziative, è inserito il progetto delle organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL rivolto a studenti, lavoratori e pensionati della Lombardia, con lo scopo di ripercorrere lo stesso tragitto dei deportati, con partenza dal famigerato “binario 21” della stazione Centrale di Milano, per incontrarsi ad Auschwitz. Il treno, trasformato in vero e proprio laboratorio itinerante, diventa così “luogo di lavoro sulla Memoria”, proposta educativa e formativa che insegna il valore dell’accoglienza e del rispetto dell’altro, arricchendo la coscienza personale e il futuro comune.
La mostra “Ricordare per non dimenticare” di Enzo Baccheschi. Fu con il “Treno della memoria 2014” che Enzo Baccheschi, pensionato delle Ferrovie dello Stato, maccagnese d’adozione, attivista sindacale e impegnato nel volontariato, affrontò il suo viaggio personale, con lo scopo di fotografare quei luoghi “per avere un passaggio di testimone tra generazioni affinché questa memoria non vada persa”. L’abbiamo incontrato alla vigilia della mostra “Ricordare per non dimenticare”, organizzata grazie alla collaborazione tra il Liceo Scientifico “Vittorio Sereni” e l’I.S.I.S. “Città di Luino – Carlo Volontè”, con il patrocinio di ANPI, il comune di Luino e l’assessorato all’Istruzione, ospitata nell’aula magna dell’Isis in Via Lugano 24/A con l’allestimento a cura di Giorgio Bianchi, a partire da venerdì 27 gennaio. Sarà possibile visitare la mostra fino al 3 febbraio, dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle ore 15.
I 750 scatti di Enzo Baccheschi a racchiudere il “Treno della memoria 2014”. È con voce ancora visibilmente commossa che Enzo ha raccontato quell’esperienza, che non ha esitato a definire psicologicamente devastante: “Non immaginavo di respirare quell’aria, toccare quello stesso muro sul quale si appoggiarono le mani di milioni di persone che non ci sono più, in un silenzio palpabile, impressionante, soprattutto da parte dei ragazzi, che di solito sono così chiassosi e allegri…”. Pur in un crescendo di emozioni e di sgomento, l’animo razionale del fotografo seppe attendere il momento più opportuno per inquadrare e scattare circa 750 foto di ogni ambiente, senza inquadrare visitatori, tutte a mano libera e in condizioni di luce non sempre favorevoli, “per dare la possibilità a quelle anime di non essere inquinate dalla presenza umana”. Impresa non facile, anche perché il percorso guidato e obbligato non consentiva il tempo necessario per soffermarsi con calma sui particolari. “Tuttavia non ho potuto fare a meno di osservare quel filo spinato, che impediva a quei poveri corpi seminudi, derubati anche della loro dignità, di scappare. Ora immagino invece che quei reticolati siano diventati una protezione per le anime di queste persone, tenendo fuori il Male che ancora cerca di impossessarsi di loro”. Di solito i sopravvissuti non amano parlare di quel periodo, perché è impossibile superare tanto orrore, ricordare la fame che morde soprattutto di notte, motivo per cui si cercava di conservare un tozzo di pane da sbocconcellare al buio, nella speranza di poter dormire; ripensare a quanti uomini furono indotti a collaborare nell’”accoglienza” dei nuovi arrivati, separandoli dalle rispettive valigie, puntualmente aperte per separare e catalogare minuziosamente il loro contenuto; intollerabile ripercorrere con la mente l’”iniziazione” delle donne: spogliate, private anche della biancheria intima per indossare l’informe camiciola e costrette a prostituirsi nella speranza di sopravvivere. E poi il terribile rito del taglio dei capelli, ultimo passaggio della perdita totale di ogni forma di dignità umana. “L’unica foto che non ho scattato, per pudore e rispetto, è stata proprio quella dei capelli. All’interno del Memoriale si possono vedere stanze che contengono solo scarpe, altre che mostrano occhiali, protesi, pentole, vestiti, giocattoli e poi c’è una stanza piena di capelli, con ancora il cuoio capelluto attaccato: 2 tonnellate di chiome rasate a donne ebree e che venivano usati per riempirci i materassi”. Ai campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau tutto era utile, perfino le ceneri… Dai forni, che potevano bruciare fino a 4576 corpi al giorno, le ceneri venivano utilizzate come fertilizzante oppure portate ad un laghetto artificiale realizzato appositamente, nel quale è stato ritrovato il carrellino che serviva per il loro trasporto.
40 di quei 750 scatti hanno dato vita alla mostra “Ricordare per non dimenticare”. Di quelle 750 foto scattate da Enzo Baccheschi, con rare concessioni al colore, riservate al filo spinato rotto, che si allarga in un’improbabile via di fuga, “come se fosse la fine dell’incubo e attraverso la quale l’umanità indica un nuovo percorso”, ne furono selezionate una quarantina, esposte per la prima volta il 23 gennaio 2015 al Punto d’Incontro di Maccagno con Pino e Veddasca, su proposta del consigliere Alessandro Fazio. Da allora, tra gennaio e febbraio, la mostra è stata ospitata in diverse località del varesotto e quest’anno a Luino, su invito delle dirigenti Maria Luisa Patrizi e Lorena Cesarin, con la possibilità di essere visitata anche dal pubblico, alla presenza dell’autore. “Racconterò la mia esperienza, che consiglio vivamente a tutti, perché si tratta di un viaggio attraverso la follia della guerra: solo il pensare che una mente umana potesse ideare, organizzare e realizzare una cosa del genere è incredibile, ma penso che non si possa più ripetere”.
“Ci sono luoghi, nel mondo, in cui le parole, di qualsiasi lingua siano, ti appaiono subito inadeguate, insufficienti, perfino inutili, forse offensive”. Nella speranza che ciò sia vero, ci piace concludere con le parole di Ugo Duci, Segretario CISL Lombardia, che , nel suo discorso di commemorazione al memoriale di Auschwitz nel marzo dello scorso anno, disse: “Ci sono luoghi, nel mondo, in cui le parole, di qualsiasi lingua siano, ti appaiono subito inadeguate, insufficienti, perfino inutili, forse offensive. Ci sono luoghi, nel mondo, in cui il silenzio ti sembra l’atteggiamento più giusto, il giudizio più vero, il testimone più attendibile. Luoghi del mondo in cui il silenzio, che si fa sgomento, orrore, incredulità, si impone e annulla ogni umana possibile parola… Custodire la memoria di ciò che è avvenuto qui ci aiuterà a restare umani di fronte al male, anche al male di oggi. Il male fatto da chi erige barriere, muri, difese di filo spinato, come quelle erette ad Auschwitz e Birkenau, contro i doveri di solidarietà e accoglienza verso chi scappa dalla guerra, dalla fame, dalle nuove oppressioni.”
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