Luino | 6 Settembre 2026

In viaggio per incontrare l’altro: un’estate di servizio tra Medjugorje, Kosovo e Albania

16 giovani del Decanato di Luino, insieme a don Giuseppe, hanno vissuto dal 10 al 21 agosto un’esperienza di viaggio e servizio

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Dodici giorni, tre Paesi e tantissimi incontri. È difficile racchiudere in poche parole l’esperienza vissuta ad agosto da 16 giovani del Decanato di Luino insieme a don Giuseppe. Un viaggio che li ha portati prima a Medjugorje, dal 10 all’11 agosto, poi in Kosovo, dall’11 al 16 agosto, ospitati presso Casa Leskoc, e infine in Albania, a San Giovanni di Medua, dove dal 16 al 21 agosto hanno soggiornato nella casa della Parrocchia.

Un’esperienza nata con il desiderio di mettersi a servizio, ma che, giorno dopo giorno, si è trasformata soprattutto in un’occasione per incontrare persone, storie e realtà capaci di interrogare profondamente la propria fede e il proprio modo di guardare il mondo.

La prima tappa è stata Medjugorje. Appena arrivati, i ragazzi sono stati accolti da una signora del posto, particolarmente accogliente e capace di parlare molto bene l’italiano, una caratteristica che, raccontano, hanno ritrovato in molte delle persone incontrate durante il viaggio.

Ad accompagnarli nella loro permanenza a Medjugorje è stato don Simone, sacerdote che vive lì da circa un anno e mezzo e che ha fatto loro da guida durante il giorno e mezzo trascorso nella cittadina bosniaca.

Il gruppo si è recato innanzitutto nella chiesa principale di Medjugorje, dove ha partecipato alla Messa. A raccontare quel momento è Leonardo, uno dei ragazzi partiti da Luino, che descrive l’atmosfera come quella di «una grande fede e di una grande passione condivisa».

La celebrazione era in croato ed era concelebrata da decine di sacerdoti provenienti da diverse parti del mondo. A un certo punto, durante la Messa, hanno iniziato a suonare le campane. Un momento che, nel contesto di Medjugorje, è stato vissuto dai ragazzi anche come un segno: proprio in quel momento della giornata, infatti, secondo la tradizione legata alle apparizioni, la Madonna si sarebbe manifestata sui colli sopra Medjugorje.

È stato, racconta Leonardo, uno dei momenti nei quali il gruppo è rimasto maggiormente colpito. Non soltanto per la celebrazione in sé, ma per la possibilità di respirare una fede profondamente legata a quei segni e alla storia delle apparizioni che, nel corso degli anni, hanno reso Medjugorje una meta di pellegrinaggio per milioni di persone.

I ragazzi non sono riusciti a incontrare i cosiddetti “veggenti”, cioè le persone che hanno riferito di aver visto la Madonna a partire dalle prime apparizioni. Hanno però potuto salire sui colli insieme a don Simone, che durante il cammino ha raccontato loro alcune delle proprie esperienze e le storie di persone conosciute direttamente o attraverso testimonianze, comprese quelle relative a presunti «eventi miracolosi» avvenuti a Medjugorje o nei luoghi circostanti. Tra questi, anche racconti di persone malate che avrebbero sperimentato una guarigione.

La salita al Monte delle Apparizioni è stata così uno dei momenti più intensi di quella prima tappa. Lungo il sentiero, fatto di sassi e terra, i ragazzi hanno incontrato moltissime persone, di tutte le età, che affrontavano il percorso anche a piedi nudi. Un’immagine che li ha colpiti profondamente: uomini, donne, giovani e anziani che salivano insieme, accomunati dalla stessa fede e dallo stesso desiderio di raggiungere quel luogo.

«Ci siamo sentiti parte di un movimento collettivo», raccontano i ragazzi.

L’ascesa è stata accompagnata da una forte tensione emotiva. Una volta arrivati in cima, davanti alla statua di Maria, il clima è però cambiato: il gruppo ha potuto fermarsi, pregare insieme e vivere alcuni momenti di silenzio. Si respirava un’aria di pace e i ragazzi hanno percepito con forza la sacralità di quel luogo e di quel momento.

Il giorno successivo hanno incontrato la Comunità Oasi della Pace, ascoltando anche la testimonianza di una suora. Un incontro che ha permesso loro di entrare maggiormente nella realtà spirituale di quel luogo e di prepararsi alla tappa successiva del viaggio.

Dall’11 al 16 agosto il gruppo è stato ospitato presso Casa Leskoc, in Kosovo, una realtà impegnata da anni nell’accoglienza e nel sostegno a bambini, famiglie e persone in situazione di difficoltà.

Le giornate erano organizzate dividendo i ragazzi in piccoli gruppi, impegnati ogni mattina e ogni pomeriggio in attività diverse: dallo smistamento di vestiti e generi alimentari ai lavori nei campi e nelle stalle, dalla manutenzione della casa alla cucina, dal giardinaggio alla verniciatura, dalla pulitura del grano e dell’orzo alle consegne alle famiglie.

Una parte importante dell’esperienza è stata dedicata ai bambini. A Casa Leskoc vivono stabilmente circa una decina di bambini, mentre ogni mattina altri ragazzi vengono accompagnati dalla zona circostante per trascorrere la giornata nella struttura, giocando e partecipando alle diverse attività. Sono circa una ventina. A loro si aggiungono i bambini più piccoli, che vengono seguiti individualmente per l’intera giornata.

Ma Casa Leskoc non si ferma alle persone che accoglie direttamente. La struttura segue infatti circa un centinaio di famiglie in diverse zone del Kosovo, offrendo sostegno economico e sociale. Ogni giorno alcuni volontari partono per visitare una o più famiglie, portando alimenti, vestiti e prodotti per l’igiene, ma soprattutto fermandosi con loro, ascoltandole e condividendone, anche solo per qualche ora, la quotidianità.

È stato proprio durante questi incontri che molti dei ragazzi hanno sperimentato più concretamente la realtà della povertà.

Cecilia, una delle giovani partecipanti, racconta di aver vissuto quei giorni come «un’esperienza veramente forte e disarmante». Il Kosovo le è apparso come una terra di grandi contrasti: da una parte «il villone di chi vive in altri Stati e torna per le vacanze», dall’altra «una baracca in cui vive una famiglia in condizioni veramente precarie».

Nei giri tra le famiglie, racconta, il gruppo ha potuto toccare con mano «una povertà che nemmeno potevamo immaginarci», non soltanto materiale, ma anche legata a vite vissute in una semplicità estrema.

Un’esperienza che ha fatto nascere una domanda scomoda: quanto è determinato dalla fortuna di essere nati in un posto piuttosto che in un altro? «Se non metti le scarpe e fai lo zaino – riflette Cecilia – non saprai mai cosa succede fuori dal tuo borgo incantato».

E proprio qui è avvenuto uno dei cambiamenti più importanti. I ragazzi erano partiti con l’idea di aiutare, di mettersi a servizio. Ma Rinaldo, che insieme a Francesca gestisce Casa Leskoc, ha insegnato loro che non erano lì semplicemente per “servire” qualcuno.

«Non eravamo lì per metterci a servizio – racconta Cecilia – ma per vivere insieme, dalla stessa parte, sullo stesso piano».

Tra le testimonianze che hanno maggiormente colpito il gruppo c’è quella di Rinaldo e Francesca, i due gestori di Casa Leskoc. La loro è una scelta di vita radicale: hanno deciso di mettere in gioco la propria quotidianità per una realtà più grande, dedicandosi alla casa, ai bambini e alle famiglie che ogni giorno bussano alla loro porta. La loro vita è diventata una testimonianza concreta di amore gratuito e di fiducia.

Lo stesso amore i ragazzi lo hanno incontrato nella testimonianza di suor Tecla, una suora di Madre Teresa che si prende cura di donne sole e con problemi di salute mentale.

Anche qui ciò che ha colpito maggiormente non è stato soltanto ciò che viene fatto, ma il modo in cui viene fatto: con cura, pazienza e amore, anche quando dall’altra parte non sembra esserci nulla da ricevere in cambio.

Tra i ricordi più significativi di Cecilia c’è una giornata trascorsa insieme a Davide, un altro ragazzo partito da Luino, con due fratellini di tre e cinque anni.

Li hanno lavati, vestiti, sfamati, fatti giocare e poi addormentati. Sembrava che fossero loro ad avere bisogno di aiuto. Eppure, racconta Cecilia, la sorpresa è stata scoprire che «prima di stare con loro non sapevo quanto in realtà fossi io ad avere bisogno di loro». In quei due bambini ha incontrato la semplicità dell’amore, un amore capace di essere donato senza calcoli.

Al termine dell’esperienza, Cecilia è tornata a casa con una frase di Madre Teresa, appuntata insieme alla fotografia della bambina di cinque anni che l’aveva accompagnata in quei giorni: «Ogni atto d’amore è un’opera di pace, non importa quanto piccolo sia».

«Credo che lì dentro – conclude – ci sia racchiuso tutto il senso di questa esperienza».

Accanto alle attività concrete, una parte importante delle giornate trascorse insieme è stata dedicata alla preghiera. Il gruppo ha avuto diversi momenti di raccoglimento, di silenzio e di riflessione, nei quali i ragazzi hanno potuto rileggere insieme ciò che stavano vivendo e confrontarsi sulle esperienze incontrate durante i giorni in Kosovo.

La preghiera è diventata così una sorta di filo conduttore dell’intero viaggio: non separata dal servizio e dagli incontri, ma intrecciata alla vita quotidiana e alla necessità di fermarsi, fare memoria di ciò che era accaduto e interrogarsi sul significato di quelle esperienze.

Anche per don Giuseppe il viaggio ha rappresentato molto più di un’esperienza di volontariato. Nell’ultima sua Messa a Luino, ripensando ai giorni trascorsi insieme, ha parlato di un’esperienza «decisiva» e «forte»: forte per la fede incontrata, per la capacità di quelle persone e di quelle famiglie di donarsi e di vivere il Vangelo in pienezza, ma anche per aver visto i giovani camminare insieme e mettersi in gioco.

«Penso che questi giorni siano stati veramente un grande tuffo in una fede essenziale, ma piena», ha raccontato.

Una fede che non si è manifestata soltanto nei momenti di preghiera, ma nei gesti quotidiani: nel lavoro nei campi, nel tempo trascorso con i bambini, nelle visite alle famiglie, nell’accoglienza, nella condivisione della fatica e nella fraternità nata tra i ragazzi.

Don Giuseppe ha parlato anche di un «fiducioso abbandono a Dio» e di un amore «totalmente incondizionato e gratuito», capace di toccare il cuore e di aprire nuovi orizzonti.

Dopo il Kosovo, il gruppo ha proseguito il viaggio in Albania, a San Giovanni di Medua, dove è stato ospitato nella casa della Parrocchia fino al 21 agosto. Ad accoglierli hanno trovato un sacerdote descritto dai ragazzi come molto alla mano, socievole e loquace, insieme a diverse suore, altrettanto gentili e desiderose di conoscere i giovani arrivati da Luino, la loro storia, il percorso che li aveva portati fino a lì e il significato del loro viaggio.

In Albania i ragazzi hanno avuto anche la possibilità di concedersi qualche momento di pausa e di godersi il mare, ma non sono mancate occasioni di incontro e di approfondimento.

Una delle tappe più significative è stata Scutari, una delle principali città del nord dell’Albania. Qui il gruppo ha visitato l’ex sede della polizia investigativa, dove durante il regime comunista si trovava anche un carcere nel quale molte persone furono torturate.

A guidarli nella visita è stato il sacerdote che li accompagnava, raccontando loro anche le storie dei 38 martiri cristiani legati alla persecuzione religiosa durante il regime e recentemente beatificati. Per Leonardo è stata un’esperienza particolarmente significativa dal punto di vista emotivo: le vicende raccontate, le sofferenze vissute dai martiri e la durezza della persecuzione hanno permesso ai ragazzi di confrontarsi concretamente con una pagina drammatica della storia albanese.

Sempre a Scutari il gruppo ha incontrato cinque suore clarisse che, dopo essere arrivate in città, hanno fondato un monastero. Anche loro hanno raccontato la propria storia e quella della presenza cristiana in Albania, soffermandosi in particolare sugli anni della dittatura comunista.

Le loro testimonianze hanno permesso ai ragazzi di comprendere cosa significasse vivere la propria fede in un contesto nel quale non era possibile manifestarla liberamente. Hanno raccontato di come anche un gesto semplice come il segno della croce potesse rappresentare un rischio e di come la vita quotidiana fosse segnata dalla paura e dalla necessità di nascondere la propria appartenenza religiosa.

Storie drammatiche, che hanno mostrato ai ragazzi quanto possa essere difficile vivere e testimoniare la propria fede quando la libertà religiosa viene negata.

Quella albanese è stata così una tappa diversa dalle precedenti, ma capace di completare il percorso iniziato a Medjugorje e proseguito in Kosovo: dalla fede vissuta nella dimensione del pellegrinaggio, al servizio e all’incontro con la povertà, fino alla memoria di chi quella fede l’ha difesa anche a costo della propria vita.

Alla fine, ciò che rimane non è soltanto il ricordo di un viaggio, né l’elenco delle attività svolte. Rimangono soprattutto i volti. Quelli dei bambini, delle famiglie incontrate, di Rinaldo e Francesca, di suor Tecla, dei sacerdoti e delle suore incontrati lungo il cammino. Rimangono i volti dei martiri conosciuti attraverso le loro storie e quello di tutte le persone che hanno accolto i ragazzi nelle diverse tappe.

E rimangono i legami nati tra i ragazzi di Luino, i giovani kosovari e quelli provenienti da altre parti d’Italia.

Il viaggio era iniziato con il desiderio di dare qualcosa. Si è concluso con la consapevolezza di aver ricevuto molto di più.

Forse è proprio questo il significato più profondo di un’esperienza di servizio: scoprire che non esistono semplicemente “quelli che aiutano” e “quelli che vengono aiutati”, ma persone che si incontrano, condividono la vita per qualche giorno e, nello stare insieme, si scoprono reciprocamente bisognose.

Un cammino di dodici giorni, dunque, che ha attraversato tre Paesi ma soprattutto molte storie. Un viaggio nel quale la fede non è rimasta soltanto una parola, ma è stata incontrata nei gesti, nelle persone, nella preghiera, nella sofferenza e nella capacità di donarsi. E che, una volta tornati a casa, continua a porre domande.

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