(Di Matteo Toson) Quanto ci costa davvero lo spazio dedicato alle automobili? L’automobile resta indispensabile in molti territori, ma un sistema fondato quasi esclusivamente sul mezzo privato sottrae spazio alle persone e presenta un conto sempre più pesante alle famiglie e alle amministrazioni pubbliche.
«Una volta qui si parcheggiava meglio». Quante volte lo abbiamo pensato mentre cercavamo un posto libero, attraversavamo una strada affollata oppure percorrevamo un centro cittadino nel quale le automobili sembrano occupare ogni spazio disponibile? Non è soltanto una nostra impressione. Le auto sono diventate progressivamente più numerose, grandi e pesanti.
Secondo l’European Environment Agency, nel 2023 una nuova automobile pesava mediamente 1.545 chilogrammi, il 20,7% in più rispetto al 2001. Anche il numero dei veicoli continua ad aumentare: nel 2024 sulle strade dell’Unione europea circolavano circa 256 milioni di automobili, l’1,4% in più rispetto all’anno precedente. L’Italia risulta inoltre il Paese europeo con il maggior numero di auto ogni mille abitanti (EEA, ACEA).
Non abbiamo quindi soltanto più automobili. Abbiamo automobili mediamente più ingombranti, che richiedono parcheggi più larghi, maggiori spazi di manovra e infrastrutture adeguate al loro peso e alle loro dimensioni. Di conseguenza, uno spazio progettato venti o trent’anni fa può oggi sembrare improvvisamente insufficiente, anche quando il numero dei posti auto non è diminuito. Ma il problema dello spazio è soltanto la parte più visibile di una questione molto più grande.
Il costo sostenuto dalle famiglie
L’automobile è uno degli oggetti più costosi acquistati da una famiglia e, nello stesso tempo, uno dei meno utilizzati nell’arco della giornata. Al prezzo di acquisto o alla rata del finanziamento bisogna aggiungere carburante o energia, assicurazione, bollo, manutenzione, pneumatici, revisioni, parcheggi e svalutazione. Se in una famiglia sono necessarie due automobili, tutti questi costi almeno in parte si moltiplicano.
È qui che la mobilità smette di essere soltanto una questione ambientale e diventa una questione di sostenibilità economica e sociale. In molti territori periferici o scarsamente serviti, possedere un’automobile non è una libera scelta: è la condizione necessaria per poter lavorare, accompagnare i figli, raggiungere un ospedale, fare la spesa o partecipare alla vita sociale.
Questo vale in modo particolare per l’Alto Varesotto, dove la conformazione geografica, la dispersione degli abitati e la frequenza non sempre adeguata del trasporto pubblico rendono l’auto spesso indispensabile. Ma proprio qui emerge il paradosso: alle famiglie chiediamo di sostenere interamente il costo di una soluzione privata perché non siamo riusciti a costruire sufficienti alternative collettive.
Per una famiglia con redditi normali, spendere migliaia di euro ogni anno per ciascun veicolo significa avere meno risorse per la casa, per i figli, per la formazione, per il tempo libero e per il risparmio. La mobilità rischia così di diventare una tassa implicita sul lavoro e sulla possibilità di vivere nei territori periferici.
Il costo nascosto sostenuto dai Comuni
Esiste poi un secondo conto, meno evidente, che viene pagato attraverso la fiscalità generale. Ogni automobile richiede strade, parcheggi, illuminazione, segnaletica, asfaltature, pulizia, manutenzione, controlli e gestione della sosta. Richiede inoltre interventi per la sicurezza stradale, la regolazione del traffico e la sistemazione dei danni prodotti dall’usura e dagli incidenti.
Questi costi non vengono sostenuti soltanto dagli automobilisti, ma dall’intera collettività. Quando un Comune realizza o mantiene un parcheggio pubblico, quello spazio non è gratuito. È suolo acquistato, costruito, asfaltato, illuminato, pulito e sottratto ad altri possibili utilizzi.
Un parcheggio può essere necessario, naturalmente. Ma ogni metro quadrato destinato alla sosta non può contemporaneamente diventare una piazza, un marciapiede più largo, un’area verde, uno spazio per i tavolini, un percorso ciclabile o un luogo sicuro nel quale i bambini possano muoversi. Il costo pubblico dell’automobile, quindi, non coincide soltanto con quanto spendiamo per le infrastrutture. Comprende anche il valore delle opportunità alle quali rinunciamo.
A questo si aggiungono i costi indiretti legati alla congestione, agli incidenti, al rumore, all’inquinamento e al consumo di territorio. La Commissione europea riconosce questi elementi come costi sociali ed economici del sistema dei trasporti, anche quando non compaiono direttamente nei bilanci dei Comuni. (Commissione europea)
Costruire altri parcheggi non può essere l’unica risposta
Di fronte alla difficoltà di trovare parcheggio, la risposta più immediata è chiederne di nuovi. In alcune situazioni sono certamente necessari, soprattutto se servono a intercettare i veicoli fuori dai centri e a favorire l’interscambio. Ma continuare semplicemente ad aggiungere parcheggi e allargare le strade non risolve automaticamente il problema.
Quando rendiamo più facile e conveniente utilizzare l’automobile, nel tempo aumentano le persone che scelgono di farlo. È il principio della domanda indotta: nuova capacità stradale genera nuovi spostamenti in auto e, dopo un iniziale miglioramento, traffico e congestione tendono a ripresentarsi.
Non possiamo rincorrere indefinitamente automobili sempre più numerose e grandi costruendo strade e parcheggi sempre più estesi. Non sarebbe sostenibile né dal punto di vista territoriale né da quello economico. La vera domanda dovrebbe essere un’altra: come possiamo garantire alle persone la possibilità di muoversi senza obbligare ogni famiglia a possedere e utilizzare un’automobile per qualsiasi necessità?
Non contro l’auto, ma contro la dipendenza dall’auto
Sarebbe troppo semplice trasformare questa riflessione in una contrapposizione tra automobilisti e sostenitori della mobilità sostenibile. Io stesso utilizzo l’automobile. Conosco bene quanto sia necessaria per chi vive lontano dai grandi centri, lavora su turni, accompagna bambini o anziani oppure deve raggiungere luoghi non serviti dal trasporto pubblico. Il problema non è l’automobile in sé. Il problema è un sistema che spesso non lascia alcuna alternativa all’automobile.
I dati dell’ultimo rapporto Audimob mostrano che, nel primo semestre del 2025, l’auto ha coperto ancora circa il 61% degli spostamenti degli italiani. Nei Comuni con meno di 10.000 abitanti, nel 2024 la quota arrivava a circa il 72%. Nello stesso tempo, oltre l’80% degli spostamenti si svolge entro dieci chilometri e il 73,2% avviene interamente nella dimensione urbana. (Isfort, 22° Rapporto Audimob). Sono proprio questi spostamenti brevi e ripetitivi quelli sui quali possiamo intervenire più facilmente.
Non significa immaginare che tutti debbano andare ovunque in bicicletta. Significa offrire una combinazione di possibilità: trasporto pubblico più affidabile, collegamenti con le stazioni, percorsi pedonali sicuri, ciclabilità, car pooling, navette aziendali, servizi a chiamata e parcheggi di interscambio. Anche evitare l’acquisto della seconda automobile, oppure consentire a una famiglia di utilizzarla meno, può generare un beneficio economico molto concreto.
La mobilità come politica per il reddito
Siamo abituati a parlare di mobilità sostenibile in termini di emissioni, qualità dell’aria e cambiamento climatico. Sono temi fondamentali, ma rischiano di apparire lontani dalla vita quotidiana.
La mobilità è anche una politica per il reddito delle famiglie. Se una persona può raggiungere il posto di lavoro senza essere obbligata ad acquistare un’automobile, il suo stipendio vale di più. Se due colleghi possono condividere il viaggio, entrambi riducono i costi. Se un’azienda organizza una navetta, amplia il proprio bacino di candidati e rende più stabile l’occupazione. Se un Comune investe in alternative credibili, può ridurre nel tempo la pressione per costruire continuamente nuove strade e nuovi parcheggi.
Questa è la sfida che dovrebbero affrontare anche Luino e il territorio dell’Alto Varesotto. Non eliminare l’automobile e nemmeno dichiararle guerra, ma ridurne progressivamente la necessità. Usarla quando serve davvero, condividere gli spostamenti quando è possibile e restituire una parte dello spazio pubblico alle persone.
Perché un sistema nel quale ogni adulto deve acquistare, mantenere e parcheggiare un’automobile per poter lavorare e vivere non è soltanto poco sostenibile dal punto di vista ambientale. Sta diventando economicamente insostenibile per le famiglie e finanziariamente sempre più difficile da sostenere per le amministrazioni pubbliche. La vera innovazione non consiste quindi nell’avere automobili sempre più grandi, potenti o tecnologiche. Consiste nell’avere finalmente la libertà di non doverle utilizzare per ogni singolo spostamento.
© Riproduzione riservata







Vuoi lasciare un commento? | 0