Riceviamo e pubblichiamo la breve lettera-articolo che ci è stata inviata dall’avvocato Pietro Saporiti di Fagnano Olona, ex-Giudice Onorario Tutelare e ora avvocato in pensione. In queste righe, l’avvocato Saporiti ripercorre un caso reale che ha seguito alcuni anni fa e «che pone interrogativi umani e sociali molto attuali», che potrebbero interessare i lettori «per il forte impatto umano e territoriale nella ricca realtà di Luino».
Durante il mio lavoro come Giudice Onorario, ho effettuato molte visite domiciliari (art.407 cc). Alcune hanno lasciato il segno più di altre, e una in particolare non la dimenticherò.
Entrai in un appartamento piccolo, silenzioso, in una periferia dimenticata. Mi accolse una famiglia gentile, riservata, pulita. Nessuna lamentela, nessuna richiesta, solo cortesia. Ma bastava guardarsi intorno per capire tutto.
Non c’erano quasi mobili. Niente armadi, solo alcune sedie traballanti, un tavolo vecchissimo, consumato, e un divano logoro. Le pareti erano spoglie. Mancavano le tende, mancava un letto vero nella stanza del figlio. Eppure, c’era ordine, c’era decoro, c’era dignità. E questo contrasto mi ha colpito più della povertà stessa.
Mi trovavo davanti a una povertà profonda, strutturale, ma mai esibita. Una povertà che non chiede non urla, non mendica pietà, ma che si vede – se si guarda bene – negli occhi stanchi, nelle mani che sistemano per accoglierti anche se non c’è nulla da mostrare.
Essere G.O.T (Giudice Onorario) e decidere non è sempre facile, non significa solo firmare, decidere e gestire, significa entrare nel mondo dell’altro con rispetto, cogliere anche ciò che non viene detto, significa capire che un mobile rotto è un sinonimo, non un dettaglio.
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