(di Renzo Fazio da “Germignaga, ricordi dal passato”) Quello che sta succedendo in queste ultime settimane nella zona del Golfo Persico è proprio un “ambaradan”, ovvero è in corso un conflitto in una situazione altamente drammatica e caotica per il numero di paesi coinvolti e con rischi di gravi ripercussioni non solo per quell’area ma per tutto il mondo intero.
Il termine “ambaradan” prende origine esattamente novant’anni fa e paradossalmente per una medesima ragione, quando dalla parte opposta della stessa penisola arabica, dal 10 al 19 febbraio 1936, si svolse la cruenta battaglia dell’Amba Aradam, un massiccio montuoso situato in Etiopia, uno scontro combattuto fra le forze armate italiane occupanti guidate dal generale Badoglio e gli abissini.
A complicare la situazione, e renderla intricata, furono diverse tribù locali, di volta in volta alleate con entrambi gli schieramenti, non consentendo di comprendere con precisione di chi ci si potesse fidare e da chi difendersi. Dire che fu una carneficina è poco: le cifre comunicate dal generale furono di oltre 650 morti fra ufficiali e soldati di parte italiana e una stima di circa 20.000 uomini dalla parte etiope.
Al ritorno delle truppe in Italia, i soldati che parteciparono a questa battaglia cominciarono ad utilizzare questo termine associandolo a situazioni disordinate e confuse. Col tempo però le due parti che compongono il nome del massiccio si unirono formando una sola parola e la consonante finale “m” diventò “n” per una più agevole pronuncia fonetica.
Purtroppo fra le truppe italiane presenti sul posto c’erano pure diversi giovani locali aggregati all’11° Reggimento Alpini del Battaglione “Intra”, che notoriamente aveva fra i suoi arruolati molti residenti nei paesi contigui al Lago Maggiore. Fra i giovani che partirono in treno da Fondotoce il 5 gennaio 1936 per poi raggiungere in piroscafo Massaua in Eritrea ce n’erano sicuramente diversi del nostro paese e altri di quelli vicini.
Fra loro, uno che certamente passò giorni d’inferno in quei territori fu il germignaghese Luigi Tonella, figlio di Bartolomeo e di Maria Bricchi, impiegato come portarma di mitragliatrice leggera. Lo sappiamo perché venne ricompensato con una croce di guerra al valor militare con la seguente motivazione: «Con calma esemplare sceglieva sotto l’intenso fuoco nemico una posizione esposta, ma dalla quale poteva col tiro della propria arma portare il maggior contributo alla riuscita dell’azione del proprio reparto».
Suo malgrado dovette poi partecipare poche settimane dopo (il 31 marzo 1936) alla battaglia di Mai Ceu, impiegato ancora come mitragliere sul passo Mecan. Riuscì anche qui a distinguersi ottenendo un’altra menzione: «Durante un violento combattimento, rimaneva con fermezza al suo posto, pur essendo l’appostamento della mitragliatrice individuato dall’avversario e fatto segno di fuoco intenso. Con noncuranza della propria persona e con calma esemplare spiegava sul nemico efficace azione di fuoco, contribuendo validamente alla difesa del tratto di fronte assegnato al suo plotone».
Erano certamente altri tempi e le battaglie si combattevano in altri modi rispetto ai giorni nostri, ma l’orrore di fronte a queste situazioni che continuano a ripetersi, purtroppo non è cambiato.
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