Luino | 14 Agosto 2025

«A Luino domenica si è riscritta la storia davanti ad una lapide fascista»

Lettera alla redazione dello storico luinese Maurizio Isabella, che dopo la commemorazione dello Scirè solleva dubbi e critiche sul significato politico della lapide e delle parole usate

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Gentile direttore,

dopo aver presenziato alla cerimonia della mattina del 10 agosto sul lungolago per celebrare il sacrario dello Scirè e la morte del marinario colmegnese Guido Fontebuoni in questo sommergibile nel 1942, e dopo aver ascoltato attentamente tutti i discorsi delle autorità presenti, le scrivo per esprime a lei e a tutti i cittadini di Luino il mio sconcerto per questa cerimonia.

Nel suo bel discorso iniziale il sindaco Bianchi ha ricordato la generazione di suo padre che aveva vissuto la guerra, e condannato il conflitto compiacendosi che oggi finalmente giovani di paesi allora nemici possono incontrasi in pace.

L’onorevole Pellicini ha orgogliosamente rivendicato la decisione di erigere una lapide a memoria di Fontebuoni, e ricordato le eroiche imprese del sommergibile Scirè riconosciute dagli inglesi dopo la guerra prima del suo affondamento. Ha aggiunto che questi sono eventi che “fanno riflettere” (ma riflettere su cosa?).

L’onorevole Chiesa, firmataria della legge che trasforma il relitto dello Scirè in un “sacrario”, ha sottolineato l’importanza di celebrare i marinai che avevano ubbidito al sacro dovere di obbedire e di rispondere alla patria, non allo stato (sic) ed esaltato l’esempio del Fontebuoni come esempio di un martire e di un santo (sic).

Infine il presidente dell’Associazione Nazionale Arditi Incursori Marina, Gaetano Zirpoli, ha ricordato l’affondamento dello Scirè come “la pagina più bella della storia navale mondiale” (sic), ed ha sottolineato come il suo ricordo fosse in linea con i fini della sua associazione, quelli di tenere viva la memoria delle prodezze della marina di assalto italiana.

La prima questione che vorrei sollevare riguardo questi discorsi è che sono stati segnati da una grave amnesia, un oblio ed una assenza che ammontano poi ad una vera e propria riscrittura della storia di quel periodo.

Ad eccezione del discorso del sindaco Bianchi, che ha opportunamente fatto riferimento alle responsabilità nazifasciste nel causare il conflitto mondiale contenute nel preambolo della legge per il sacrario, durante il resto della cerimonia è passato sotto silenzio il fatto che la guerra in cui perse la vita il povero Fontebuoni fosse una guerra nazifascista, imperialista, di aggressione e razzista. In questa guerra l’Italia ebbe responsabilità per averla voluta, per averla provocata e iniziata, per avervi partecipato.

Questa guerra rimane una onta storica per il nostro paese, una onta solo parzialmente amendata dopo la svolta dell’8 settembre 1943. Non ricordarlo vuol dire cancellare in contesto in cui il Fontebuoni morì per volontà di un regime guerrafondaio. Con queste omissioni, almeno gli ultimi tre discorsi non hanno sgomberato ogni dubbio che si volesse esaltare il nazionalismo e la guerra del regime fascista, non la morte del marinaio colmegnese per colpa di questo regime.

Il ricordo dei caduti italiani della seconda guerra mondiale è un dovere morale ed un atto dovuto a chi è stato mandato al macello ingiustamente. Come successe al Fontebuoni ventritrenne, tanti giovani del nostro territorio furono mandati a combattere in Russia o nei Balcani dove vi morirono (molti Alpini). Meritano il nostro riconoscimento pubblico. Ma ricordare la loro partecipazione e la loro morte in guerra non equivale a celebrare il regime che li mandò al massacro, anzi. Di questa guerra questi giovani non ebbero alcuna responsabilità diretta, e come il Fontebuoni non scelsero di andare a combattere in difesa dei valori del regime.

La seconda questione che mi preme sollevare è che, mentre questa cerimonia è stata per lo meno un evento a-fascista nel suo tono e contenuto della maggioranza dei suoi discorsi, la stele davanti a cui è stata ufficiata è un monumento esplicitamente ed incontrovertibilmente fascista. Ho già denunciato in passato il significato simbolico di questa lapide, in cui si definisce Fontebuoni “martire dello Scirè”, ma mi pare doveroso ritornare a spiegare perchè si tratta di lapide apologetica del regime.

Il termine di martire (evocato anche dall’Onorevole Chiesa nel suo discorso) non afferisce a comportamenti privati, ma è una categoria politica nata per trasformare atti individuali e storie personali in testimonianze sacrificali di vecchie e nuove comunità politiche. Nel periodo che va dal Risorgimento all’età contemporanea, trasferendone l’uso ed il significato dalla religione cristiana, con il termine di martirio si è voluto trasformare l’esilio, le sofferenze dei patrioti, la partecipazione a guerre e la morte in battaglia in atti politici per celebrare la nazione e il patriottismo.

Ma durante la storia d’Italia la nazione italiana celebrata col martirio ha avuto mutevoli e spesso incompatibili significati, sempre legati a particolari momenti storici e a diverse ideologie. Si, perchè la nazione italiana non è una entità astoricamente data, sempre buona, come i nazionalisti di ieri ed di oggi ci hanno fatto credere, ma una ideologia sempre legata a diversi progetti, alcuni nobili, altri ignobili.

Celebrare la morte di Fontebuoni nel 1942 durante la guerra fascista come un martirio in buona sostanza significa trasformare la sua scomparsa in un atto sacrificale e testimoniale pubblico di fede politica per il fascismo. Significa utilizzarne la morte per celebrare la nazione fascista, che fu guerrafondaia, imperialista, e basata su di una concezione biologica, razzista ed antisemita di nazionalismo. Significa considerare la nazione italiana come vittima (il martire è vittima di un carnefice!), quando vittima non fu, perchè fu aggressore e carnefice. Utilizzare il termine di martire significa celebrare la causa per cui combattè Fontebuoni come causa nobile (si diventa martiri per una nobile causa, che è stata testimoniata in modo incontrovertibile dal martire).

Ma la guerra di aggressione in nome dei valori ripugnanti del fascismo alleato al regime nazista non fu una causa nobile. Esaltare Fontebuoni come martire (o addirittura santo), non significa meramente riconoscerne il senso di dovere o una dedizione al patriottismo (ma quale?), come ha dichiarato l’onorevole Chiesa, significa invece esaltare i valori del regime per cui questo marinaio fu mandato a combattere.

Nel ricordare le migliaia di caduti morti in quella battaglia, il sacrario di El Alamein in Egitto, eretto negli anni ’50 del secolo scorso a ricordo della morte di più di 17000 combattenti italiani a fianco dei soldati tedeschi nell’ottobre del 1942, parla opportunamente di caduti, non di martiri.

Il consiglio comunale di Luino riprenda lo spirito della legge per il sacrario, il cui preambolo riconosce le responsabilità fasciste nello scatenare il conflitto, e voti all’unanimità per emendare la lapide sulla scalinata, cancellando il termine fascista di “martire”, e sostituendolo con quello di “caduto”.

Farà cosi giustizia al marinaio ricordato, che fascista non fu che e la cui morte non merita di esser utilizzato per bassi fini politici. Farà giustizia alla memoria storica di questi eventi, che ci mette di fronte alle responsabilità del nostro paese per questa vergognosa guerra. Ed infine farà giustizia alla nostra democrazia ed alla nostra costituzione che è nata dal rifiuto di quella esperienza e dalla condanna del massacro inutile di tanti giovani italiani come il Fontebuoni.

Cordialmente,
Maurizio Isabella

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