Luino | 9 Settembre 2024

Tommaso Lamantia si racconta a 360° dopo la conquista del K2

L'intervista esclusiva all'alpinista di fama internazionale e ormai orgoglio di Luino. «Non si tratta solo di raggiungere la cima, ma di vivere il percorso, le incertezze e scoprire i propri limiti»

Tempo medio di lettura: 5 minuti

Dopo aver conquistato la vetta del K2, Tommaso Lamantia, sportivo di fama internazionale e orgoglio di Luino, torna a raccontare la sua incredibile esperienza. Lo scorso 17 agosto, l’amministrazione comunale di Luino ha omaggiato Tommaso con una targa celebrativa, riconoscendo il suo eccezionale contributo al mondo dell’alpinismo e al prestigio della città.

Per questo motivo abbiamo intervistato Tommaso, che con noi ha ripercorso le tappe fondamentali della sua carriera, dalle prime scalate con il CAI di Laveno fino alla realizzazione di imprese straordinarie sulle montagne più impervie del mondo. Ha raccontato con passione l’emozione di affrontare le sfide più ardue, come la scalata del K2, avvenuta senza ossigeno supplementare, e le condizioni estreme che lo hanno messo alla prova.

Inoltre, in occasione di un evento organizzato il prossimo 29 novembre a Palazzo Verbania, Tommaso condividerà la sua storia con il pubblico, approfondendo il percorso che lo ha portato dalle vette delle Alpi fino alle montagne del Karakorum. Sarà un momento speciale, in cui lo sportivo parlerà anche dell’importanza della determinazione, della preparazione fisica e mentale, e delle sfide legate al cambiamento climatico, temi centrali nelle sue spedizioni.

Ecco l’intervista fatta a Tommaso.

Partiamo dal tuo cognome… che origini hai?

Mio nonno era siciliano e si trasferì qui. Io sono nato a Varese, ma ho vissuto 18 anni a Porto Valtravaglia. Dopo mi sono trasferito a Milano fino al 2011, e poi ho deciso di tornare qui. A Milano lavoravo come designer e fotografo freelance, quindi non è cambiato molto. Viaggio molto, le prossime mete saranno Bali e India per lavoro.

Com’è nata la tua passione per la montagna e l’alpinismo?

Non è nata in maniera romantica. I miei avevano un bar a Porto Valtravaglia, quindi avevano poco tempo libero. Ho iniziato con Dino Spertini del CAI Laveno, facendo trekking leggeri, poi ho seguito vari corsi di alpinismo fino ai 12 anni. Prima si trattava semplicemente di andare in montagna, ora è un vero e proprio alpinismo. Ho avuto un periodo con il CAI, poi un periodo di “cazzeggio” da adolescente, ma a 25 anni circa sono tornato all’alpinismo in autonomia, questa volta con uno spirito più sportivo, e da lì ho iniziato a fare cose più interessanti.

Quando e quali sono state le tue prime esperienze memorabili? A quali sei più legato?

Avevo 11 anni quando ho raggiunto i 4.000 metri con il CAI di Laveno sul Monte Rosa. Anche se non sono arrivato in cima alla montagna, mi ricordo bene il Colle del Lys. Un’altra esperienza importante è stata sul Cerro Torre, in Patagonia, una delle montagne più difficili al mondo. Non è molto alta, ma è estremamente complessa. E poi ho scalato quasi tutte le cime del Fitz Roy.

Perché queste esperienze ti sono rimaste così impresse?

È tutto un processo: hai un obiettivo, ti alleni, vivi l’incertezza. Ti chiedi se ce la farai o meno, e quando ci riesci, la soddisfazione è immensa. Ogni esperienza ti dà conferme, positive o negative. È una sfida con sé stessi.

Quali sono le difficoltà più grandi da affrontare?

Gli ostacoli più grandi sono le condizioni meteo e la montagna stessa. Devi essere sempre in forma, sia fisicamente che mentalmente, e affrontare ogni via con la massima preparazione. Soprattutto sugli 8000 metri, dove il meteo gioca un ruolo cruciale. Ci sono anni in cui non riesci neanche a tentare la scalata a causa delle condizioni avverse. Sul Cerro Torre, oltre al meteo, è la montagna stessa a impedirtelo, con la sua conformazione e il ghiaccio.

Com’è nata l’impresa alla conquista del K2?

È stato un salto nel vuoto. Non conoscevo nulla degli 8000 metri, ma avevo la convinzione di poterlo fare. Ci sono state solo due giornate buone in due mesi di spedizione, in una delle peggiori stagioni degli ultimi decenni, secondo i pakistani. Fino a 7000 metri si poteva andare spesso, ma oltre era difficile.

Sei partito dall’Italia…

Siamo atterrati a Islamabad e poi a Skardu, nel cuore delle montagne. Da lì, sei ore di jeep fino a Askole, e poi 90 km sul ghiacciaio Baltoro con i muli fino al campo base. Siamo stati lì un mese e mezzo, dal 19-20 giugno. Eravamo in sei, tra cui Gianluca Cavalli, accademico CAI come me, Matteo Sella, pronipote di Vittorio Sella che partecipò alla spedizione del 1909, Cesar Rosales, un peruviano adottato da Biella, Donatella Barbera, medico, e Dario Reniero.

In che modo è andata la scalata?

In cima sono arrivati Gianluca e Cesar sul Broad Peak e solo io sul K2. Abbiamo seguito la via degli Speroni degli Abruzzi, aperta dagli italiani. Abbiamo dormito al campo 2 e al campo 3, impiegando dieci ore per arrivare al campo 2 e otto ore per il campo 3. Dal campo 3 alla cima e ritorno ci sono volute in totale 19 ore. Tutte le altre spedizioni, che hanno fatto la cima il 28 come me, erano partite alle 20 del 27, noi abbiamo dovuto riposare e siamo partiti alle 2.30 del 28. Prima di arrivare al campo 4, abbiamo incontrato Benjamin (Védrines, uno dei più grandi alpinisti a livello mondiale, ndr), un abbraccio e poi abbiamo continuato. A campo 4 ci siamo riposati 15 minuti sotto il sole.

Come comunicavi durante la spedizione?

Usavamo dispositivi satellitari con i quali puoi solo inviare messaggi. Tra noi con radio, ma io per risparmiare peso la lasciavo al campo base. Le condizioni erano diverse a seconda delle montagne. Sul Broad Peak, ad esempio, c’era meno vento rispetto al K2. Abbiamo anche usato schede telefoniche pakistane, ma con l’arrivo di altre spedizioni, smettevano di funzionare.

Hai avuto qualche momento di paura o di sconforto?

Paura mai, ma ci sono stati momenti di sconforto, specialmente quando passavano settimane senza riuscire a salire oltre i 7000 metri a causa del maltempo. Abbiamo fatto quattro tentativi sul K2 fino a 7000 metri, ma non siamo mai riusciti a superare quella quota. Anche durante l’acclimatamento, le condizioni erano difficili, con vento forte e temperature percepite di -30 gradi.

La spedizione non è servita solo per celebrare i 70 anni dalla prima ascensione al K2, ma anche per ricerche su cambiamenti climatici e altri studi. Ci spieghi questi progetti?

Abbiamo collaborato con l’artista Paolo Barichello, che ha creato un’opera chiamata “DX PEACE SX”, una colomba con i continenti a forma di Pangea, che abbiamo portato con noi per lanciare un messaggio di pace. Inoltre, per l’Università Statale di Milano, abbiamo prelevato campioni di neve e ghiaccio a varie altitudini per studiare la presenza di microplastiche. La dottoressa Lorenza Pratali del CNR, che abbiamo incontrato al campo base, invece, ci ha coinvolti in uno studio sul mal di montagna e gli effetti dell’altitudine sul corpo umano, con test effettuati a diverse altitudini, fino agli 8000 metri. Le analisi, gli esami e gli studi sono ancora in corso tra camera ipobarica, prelievi di sangue, ecografie e test cognitivi.

Rifarai un’esperienza su una vetta così alta? Magari l’Everest?

Per ora, con la nascita a breve della nostra bambina, starò tranquillo, ma ho già in mente progetti sulle Alpi, che sono un po’ più gestibili.

Cosa diresti ai giovani che vogliono intraprendere la passione dell’alpinismo?

Credeteci veramente, impegnatevi e abbiate tanta pazienza. La vita in montagna, soprattutto sugli 8000, richiede queste qualità. Concentratevi e siate pronti a cogliere le opportunità quando si presentano.

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