Luino è ormai al centro di una trasformazione senza precedenti in un’area che va dall’ex Visnova, dove sorgeranno Tigros ed un’altra grande attività commerciale, e l’area tra viale Dante e via Don Folli, in cui nei prossimi mesi sarà costruito il McDonald’s.
Riflessioni e considerazioni sul tema, opinioni e pareri, arrivano alla nostra redazione da parte di un nostro lettore, l’architetto Diego Intraina, che esprime il suo giudizio sul rapporto tra “diritto di proprietà privata e principio di bene comune”.
“Si muta inevitabilmente il luogo non solo nel suo modo di presentarsi, ma soprattutto nel suo intimo: quello di continuare ad essere in relazione con la città e di collegarsi al mnemonico modello delle istruzioni d’uso – materiali e immateriali, funzionali e simboliche- che ognuno di noi ha e ci permettono di riconoscerci come cittadino”.
Ecco la terza lettera, che si aggiunge alla prima e alla seconda, firmata dall’architetto Diego Intraina.
Un articolo si può concentrare sulla comunicazione di un evento, su un giudizio emotivo riguardante un intervento progettuale, oppure, nel caso di una mutazione significativa che coinvolge la città, decidere di approfondire concetti che possono, si interpretare l’intervento, ma soprattutto che possano contribuire a implementare quella cassetta degli attrezzi, strumenti culturali di interrogazione e comprensione critica -valutazione/giudizio- per affrontare con più coerenza nuove mutazioni senza rischiare di inciampare nell’errore di deterritorializzazione, ovvero nella produzione di “non lughi”.
Avvicinarsi ad un percorso progettuale di architettura vuol dire essere consapevoli che questo è sempre un intervento su un luogo che ha una sua specificità apparente o velata; vuol dire che, “nel fare architettura”, pur avendo avuto una responsabile sensibilità progettuale di integrarsi in quel luogo non si può sfuggire dalla condizione della mutazione.
Si muta inevitabilmente il luogo non solo nel suo modo di presentarsi, ma soprattutto nel suo intimo: quello di continuare ad essere in relazione con la città e di collegarsi al mnemonico modello delle istruzioni d’uso – materiali e immateriali, funzionali e simboliche- che ognuno di noi ha e ci permettono di riconoscerci come cittadino.
Qualunque progetto, dunque, intervenendo sulla relazione intima non può ignorare che sta imponendo alla città una probabile nuova relazione e pertanto un nuovo luogo.
Vuol dire che ogni progettista si deve interrogare sulla propria responsabilità nel voler attuare una irreversibile mutazione chiedendosi:
– L’intervento pensato ha la forza e le caratteristiche di garantire un’azione responsabile di mutazione/creazione sul luogo esistente?
– L’intervento pensato riesce a creare un nuovo luogo sostituendomi a quello esistente?
– L’intervento progettuale è riuscito a svelare nell’interrogazione l’essere del luogo e permettere allo stesso di aprirsi ad una nuova narrazione di senso compiuto?
– Quale relazione di dipendenza si è istituita tra la nuova narrazione e l’originario luogo esistente e la città?
– L‘edificio progettato nella sua ridefinizione di luogo è riuscito a introdurre una nuova gerarchia capace di rappresentare un equilibrio narrativo e dare testo ad un nuovo luogo?
Per capire meglio questa complessità della mutazione del territorio-paesaggio-città è opportuno cercare di comprendere la relazione di due concetti che spesso si usano e si confondono: rigenerazione e conversione.
Rigenerazione e conversione sono due concetti che molto spesso si devono sviluppare nello stesso progetto e li si deve affrontare simultaneamente qualora si decida di dare vita e forma a processi di mutazione urbana e paesaggistica.
Quando nel processo progettuale ci si trova nella condizione di dover affrontare una loro contemporanea interrogazione e interpretazione, il più delle volte vuol dire che si deve affrontare l’attuale problematica del tempo: il suo velocizzato scorrere produttore del deterioramento funzionale e di senso del luogo.
Un vero disorietamento paesistico in cui il fenomeno determinante di autoproduzione e autopotenza della tecnica trova terreno fertile d’azione e autogiustificazione.
I disagi, nei processi territoriali provocati dalla velocizzazione che ha indebolito e corroso il senso della relazione tra le cose, diventano sempre più frequenti e prepotenti, sempre più allontanati dalla possibile re-azione sostenibile dei saperi quotidiani.
Il disagio del non senso impone sempre urgenze d’intervento, urgenza che non può provocare altro se non il cadere nella semplificazione: applicazione di soluzioni individuali affidate a procedure comandate dal pensiero tecnico; applicazione di protocolli tecnici (standard, economicità e anonima qualità urbanistica e progettuale) non sempre predisposti ad aiutare la convivenza e l’elaborazione dei due concetti rigenerazione e conversione.
La convivenza tra ambienti diversi non è una condizione richiesta nella procedura degli apparati tecnici; alla specificità tecnica non interessano le relazioni problematiche dei luoghi della concordia.
La tecnica ritiene che per ottimizzare il suo compito -il facilitare- debba ignorare sempre le soluzioni complesse e lo fa scientificamente ignorando, per principio, il culturale e dinamico fenomeno esistenziale generato dalla relazione uomo e ambiente.
L’insensibilità della tecnica è disinteressata a qualsiasi accordo di gerarchia e lo è anche per i concetti di rigenerazione e conversione.
I protocolli tecnici devono escludere qualsiasi accordo, salvo quelli che potenzino la sua autoproduzione, in modo da non dover procedere verso una corretta interrogazione ed interpretazione dei luoghi che potrebbero mettere in crisi la presunta efficacia: una interrogazione richiederebbe di allungare i tempi della discussione e della decisione, permettere d’esercitare sensibilità, tempi e strumenti necessari al fine di elaborare un complesso processo d’unità paesistica in cui ritrovare la presenza del Genius Loci.
Un Genio Loci (Spirito del Lugo) è svelabile e comprensibile solamente con l’ausilio di una lettura prodotta dalla lenta memoria -stratificata e sedimentata- da una cultura affine alla coscienza dei luoghi.
L’azione culturale sulla coscienza dei luoghi, proprio per la sua complessa articolazione di sedimentazione temporale delle differenti forme esistenziali, in molti processi di territorializzazione subisce un declassamento da parte della immediata potenza della tecnica che, troppo spesso, solleva la cultura dal suo ruolo di giudice e dal compito storico di fornire pensieri relativi alla comprensione e alla fabbricazione di azioni autosostenibili.
Questo sollevamento della cultura, ormai in un periodo sempre più breve, riesce a far dimenticare l’importanza esistenziale della determinazione del senso del luogo: impegno necessario per comprendere e potenziare la relazione tra le cose.
La convivenza dei due concetti – rigenerazione e conversione – non può dunque ignorare, nella fase di progettazione, di dover necessariamente sperimentare e condividere una forma di convivenza gerarchica: la rigenerazione deve necessariamente imporsi sulla conversione per la sua presenza caratterizzata con cui, la futura conversione, dovrà dialogare al fine di scongiurare una mancata rigenerazione.
Proviamo a tradurre i concetti espressi in una annunciata mutazione pianificatoria e progettuale che coinvolgerà il destino della città Luino.
La fascia tra il fiume Tresa e la linea ferroviaria parte dall’area Fanfani fino all’ex Visnova ed è un esempio eclatante di applicazione di questa potenziale relazione concettuale tra rigenerazione e conversione; una applicazione articolata perché presenta un contesto ampliamente identificato e costruito da abitazioni residenziali “rigenerabili” e da alcune aree dismesse da “convertire”.
Se l’area dismessa delle Spedizioni Visnova, dello scalo ferroviario e dell’Ex officine di minuteria meccanica verso Germignaga, sono un caso evidentemente di aree di conversione radicale, il quartiere Fanfani e oggi il limite fisico dell’edificio “Parigine” -vecchio stoccaggio merci delle ferrovie – sono evidentemente le due realtà fondanti dell’intera fascia e devono, a questo spirito di fondazione, dunque la loro importanza di soggetti della rigenerazione.
Ed è proprio per questo loro ruolo attivo che non possono non essere considerati gli elementi di riferimento della futura rigenerazione: luoghi da potenziare nel loro essere -residenziale e limite- e non da indebolire con l’inserimento d’interesse di puntuali localizzazioni funzionali di sola conversione (centro commerciale e relativo parcheggio; parcheggio ex Parigine; centro scolastico e Mc. Donald).
Progettare queste conversioni dimenticandosi della storia generatrice, ancora leggibile nell’area, che giustifica la successione gerarchica tra i due concetti, rigenerazione e conversione, introducendo nelle aree da convertire funzioni, pesi architettonici e mobilità non armonizzabili con la costruita e fondante presenza residenziale – andando addirittura a peggiorare la criticità della zona: problematica Alp-Transit riconosciuta anche dalla avvenuta rinuncia di localizzare la nuova caserma dei Vigili del Fuoco – vuol dire dare predominanza alla voce conversione e dunque forza identitaria ai puntuali e scollegati interventi funzionali, andando così a sacrificare la forza di rigenerazione unitaria della fascia aumentandone l’attuale caos e di conseguenza il definitivo abbandono del Genius Loci: nientificando, non riuscendo a rigenerarlo o a sostituirlo assegnandogli un nuovo “senso di luogo”.
Allora, ci dobbiamo chiedere fuori dalle convinzioni di schieramento politico o da interessi individuali di piacere e di funzionalità:
– gli interventi annunciati e presentati da questa Amministrazione Comunale riescono a soddisfare le interrogazioni sopra esposte?
– Le comunicazioni di mutazione comunicate dall’Amministrazione rispettano la gerarchia tra i due concetti rigenerazione e conversione vanno a rigenerare un nuovo luogo che possa diventare un elemento di lettura della città che possa contribuire a migliorare così le “istruzioni d’uso” del senso di appartenenza?
Probabilmente i giochi ormai sono fatti, e questo dovrebbe porgi un’altra domanda:
– è corretto politicamente che una mutazione urbana così importante e strategica per la città la debbano poter decidere una decina di politici e alcune personalità interessate economicamente?
– La sola, ormai comune, comunicazione pubblica dei progetti -presentazioni al Palazzo Verbania- si può ritenere quel vero processo partecipativo tanto declamato in modo bipartisan nelle campagne elettorali?
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