«Emanuele è un esempio per tanti ragazzi, è la dimostrazione che se non ci si mette passione e non si adora quello si fa, nella vita non si arriva da nessuna parte. Certo, ha anche un bel caratterino quando lavora, ma penso ne sia valsa la pena. È bello vederlo sul set, così come lo è quando fa cabaret, si sente proprio l’amore che trasmette».
Con queste parole Marionne Cetraro, segretaria di edizione di “Inverno“, film interamente girato in Valcuvia dal regista 43enne Emanuele Mattana, in cui il quotidiano diventa un inferno: tre amici, un fatto inaspettato, una location da brividi e la volontà di valorizzare il territorio.
La pellicola, infatti, parla di «centinaia di ragazzi che hanno preso parte a un rave party illegale sono scomparsi nel nulla. Tre amici, che avrebbero dovuto a loro volta partecipare al rave party, decidono autonomamente di andarli a cercare. Durante il tragitto, poco prima del tramonto decidono di entrare in un’azienda abbandonata…».
Per questa ragione abbiamo intervistato il regista Emanuele Mattana, presente in sala questa sera, martedì 5 dicembre, al Multisala Impero Varese (Sala Giove), per la “Prima assoluta” in anteprima, aperta a tutto il pubblico.
Quando hai iniziato ad amare il cinema?
A cinque sei anni, con classici film per bambini (dice sorridendo, ndr): “Zombie”, “L’esorcista”, “Lupo Americano a Londra”… mio papà era molto appassionato di quel genere di film, e mi diceva di non guardarli mai. L’ho preso in parola, e così è iniziata questa mia passione che porto avanti tutt’ora.
Non avevi paura?
Lo facevo proprio per esorcizzare la paura, per far vedere che non avevo paura, non solo con i primi film horror, ma anche con fumetti e disegni che realizzavo io anche mentre frequentavo da piccolo l’Educandato di Roggiano… immaginate la faccia di mio papà quando una suora gli ha detto «suo figlio disegna i morti…».
E come hai coltivato questa passione poi, da adolescente?
Collezionavo tutte le pellicole che già negli anni ’80 erano introvabili e facevano parte di un mercato di nicchia, come i film di Lucio Fulci, di George Andrew Romero o di Dario Argento. Oggi la mia personale “videoteca” conta più di 16mila videocassette.
Quindi, sei una di quelle poche persone che guarda ancora le VHS?
Senza dubbio i classici adoro guardarli con il videoregistratore. Non sono un amante della tv o della perfezione dei tecnicismi. Adoro il cinema degli anni ’70 ed ’80. Oggi, ormai, anche attraverso il computer, gli standard per girare sono uniformati, visti e rivisti. Invece io amo gli effetti speciali artigianali, in grado di terrorizzare, o un make up di un certo tipo: il riferimento va ad illustri del cinema mondiale, come il compianto Giannetto De Rossi o Sergio Stivaletti. La mia soddisfazione più grande è stata quella di aver potuto e di collaborare con gli idoli che avevo da bambino, come Romero, per il quale ho fatto da moderatore in un incontro al Lucca Film Festival nel 2016.
Quali sono state le tue esperienze cinematografiche prima di “Inverno”?
Mi sono occupato di effetti speciali, di make up e ho scritto diverse sceneggiature, come ho girato diversi cortometraggi, serie tv e web serie. Prima del Covid, delle varie “zone rosse” e dei “Green pass” avevamo trovato un accordo con l’azienda Cumdi, che ha acquistato la proprietà dell’ex Torcitura di Rancio. Abbiamo iniziato a girare il film a gennaio dell’anno scorso e tutti i weekend fino a maggio 2022 abbiamo lavorato, completando a giugno le riprese che ci servivano.
Oltre ad occuparti di cinema, cosa fai nella vita? E gli attori protagonisti?
Ognuno di noi ha il proprio lavoro, anche se due dei tre protagonisti, Michela Mura e Simone Murru, sono attori con esperienze pregresse in ambito artistico. Tutti però abbiamo un lavoro primario. Io ad esempio faccio il gerente in un ristorante del Varesotto e sono direttore artistico del “Buongiorno Bar” di Venegono, dove facciamo cabaret.
Com’è nata l’idea di “Inverno”?
Realizzare “Inverno” per me era un sogno, un film in cui volevo omaggiare tutti gli effetti, l’atmosfera, le ambientazioni e i movimenti di macchina del cinema che amo, con ricchissime citazioni mirate a quei film. Chi è appassionato del genere, e lo guarderà, si renderà conto che ci sono tantissime citazioni… nel mio piccolo un po’ come fa Tarantino.
E come pensi di attrarre chi non è appassionato?
La chiave di lettura del film, anzitutto, è che non si tratta di un horror. Nella storia del film c’è molto della mia vita, una sorta di metafora che racconta la malattia di mia madre, l’Alzheimer, tra perdita di riferimenti, ricordi sbiaditi e memoria. Sono io che mi rispecchio nello sviluppo narrativo del film. Negli horror non si sa cosa devono affrontare i protagonisti, mentre qua si parla di una malattia che non lascia scampo. Per questo non metterei etichette, ma piuttosto direi che vi è un messaggio sociale, una sorta di testimonianza su come si vive questa malattia…
Quanto è stato difficile mettere in pellicola qualcosa di personale?
È stato complesso provare a trasmettere le mie emozioni all’attore che ha rappresentato il mio personaggio, ma penso di esserci riuscito.
Quali difficoltà avete trovato nel girare e produrre il film?
L’autoproduzione a livello economico è davvero complicata, soprattutto con 107 pagine di sceneggiatura. Trascorrere i sabato e le domeniche al freddo, senza avere corrente, non è stato semplice, così come non lo è stato riuscire a trasmettere la mia visione all’operatore di camera, ad esempio far capire che particolari movimenti, “fuori fuoco” e “immagini sporche” erano fondamentali per me.
Sei partito dalla Valcuvia, tanti anni fa, e sei arrivato a portare sugli schermi il tuo film…
Per me è una grandissima soddisfazione, fare tutto con le proprie forze. È stata una fatica enorme, ma riuscire a vendere centinaia di biglietti in pochi giorni è davvero gratificante, significa che qualcuno prova stima nei nostri confronti. Il direttore del MIV, Andrea Cervini, poi, mi ha proposto di proiettarlo al cinema e, sinceramente, essere in cartellone in mezzo a pellicole di successo per me è un grande onore.
Però hai 43 anni… come vivi il fatto che ormai non sei più un giovanotto?
Non mi importa nulla, da quando mia mamma si è ammalata, mi sono detto che “nella vita qualsiasi cosa voglia fare la faccio, senza ponderare i rischi”. Non sono cresciuto con tutti i lussi della vita, non sono miliardario. Quindi Carpe diem. Forse il film per me è stato come metabolizzare un dramma, mentre lo giravo e lo scrivevo, infatti, ho pianto spesso. Mia mamma sarebbe orgogliosa di vedere questo film, non riesce a credere al fatto che sono riuscito a produrlo. Pensando che con i miei genitori nel 1993 ero al cinema a vedere Jurassic Park…
Chi ti senti di ringraziare per questo film?
Anzitutto la Cumdi del signor Niesi, grazie a loro il 90% delle location del film è girato a Rancio, così come devo ringraziare lo staff dell’Hotel Corona di Cuvio, che ha messo a disposizione la struttura per qualche scena. Un ringraziamento particolare poi va a tutti i partner e ai tanti commercianti della Valcuvia, tutti indicati nei crediti dei titoli di coda, così come un immenso grazie va al cast tecnico ed artistico. Permettimi però anche un ringraziamento speciale a Emiliano Gristosolo, revisore della sceneggiatura del film, che conosco da quindici anni e con il quale ho fatto numerose collaborazioni, e Marco Giardina, per la colonna sonora e le musiche.
Quali progetti hai per il futuro?
Siamo già in pre-produzione di un soggetto per un nuovo film sul quale sto lavorando. Si parlerà di omicidio stradale e di omissione di soccorso, affronteremo il tema dell’indifferenza delle persone. E ora stiamo lavorando per presentare “Inverno” nei film festival, sia in Italia che all’estero. Abbiamo ricevuto diverse proposte, le stiamo valutando.
“Inverno” del regista Emanuele Mattana sarà proiettato questa sera, dalle 20.40, presso la Sala Giove del Multisala Impero di Varese. Per prenotare il biglietto cliccare qui.
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