«C’è un po’ di emozione, ma posso dire che dopo cinque anni è stata riconosciuta la correttezza dell’operato di mio marito, che non è morto per un suo errore».
Così Patrizia Meazza, vedova di Silvano Dellea, commenta il verdetto con cui il tribunale di Varese nella giornata di oggi, venerdì 1 dicembre, ha condannato sei dei nove imputati nel processo per omicidio colposo legato alla morte del manutentore della funivia di Monteviasco.
Le parole di Patrizia Meazza – che insieme alla figlia e ai fratelli di Dellea si è costituita parte civile nel processo, dove i parenti della vittima sono stati assistiti dagli avvocati Corrado Viazzo e Vera Dall’Osto – si riferiscono in modo diretto a quanto emerso durante il dibattimento dalle testimonianze di alcuni addetti ai lavori della funivia, secondo i quali Dellea avrebbe più volte operato, nei giri di controllo della linea, senza rispettare le prescrizioni contenute nel regolamento d’esercizio, esponendosi così a dei forti rischi.
«La funivia era sicura per i passeggeri, non per chi ci lavorava», aggiunge Meazza. Ed è proprio partendo dalle presunte carenze che il pubblico ministero nella sua requisitoria aveva chiesto in totale 23 anni di reclusione per gli imputati, con pene da un minimo di 2 anni e 6 mesi ad un massimo di 3 anni.
Carenze che avrebbero inciso sull’incidente mortale del 12 novembre 2018, quando il corpo di Dellea fu trovato privo di vita fuori dalla stazione di valle, schiacciato tra una passerella laterale – che per il pm era stata installata senza autorizzazione – e la cabina della funivia, sprovvista di un terrazzino di sicurezza – che in base alle accuse avrebbe dovuto esserci – e all’esterno della quale il manutentore stava viaggiando imbracato, prima dell’evento fatale che avvenne in assenza di testimoni.
La sentenza non può restituire Dellea ai propri cari, ma per la donna che è stata a lungo la sua compagna di vita, restituisce l’immagine autentica dell’uomo: «Silvano ha fatto tanto per la funivia, fin dalla sua apertura. Era molto legato all’impianto, e per lui quello di manutentore era un impegno in favore della comunità».
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