«Se la vita finisce, non ha senso portare nel cuore desideri altissimi: ma c’è un modo per vivere per sempre e non sta nelle mie capacità, non dipende da me, ma nell’accogliere un dono. E noi vogliamo far sapere alla gente proprio questa notizia qua, raggiungendola lì dove sta e annunciando che Gesù è risorto, la morte è vinta e che si può davvero vivere una vita diversa».
Non ha mezzi termini, frate Alfio, nello spiegarci perché insieme ad altri frati, suore e giovani francescani, dall’Umbria, è arrivato a Luino per dieci giorni di Missione popolare giunti ormai alla conclusione.
Un anno di lavoro dietro le quinte, con il supporto di don Giuseppe Cadonà e di tanti collaboratori della Comunità Pastorale “Madonna del Carmine” che si sono dati da fare, con tanta abnegazione e non poca fatica, per dar vita a questo grande evento di fede che ha coinvolto da vicino tutta la città dando l’idea – come ha spiegato lo stesso don Giuseppe – «di una comunità cristiana non chiusa, ma capace di dare e far sentire una parola alla comunità civile».
«Noi non andiamo dove non siamo invitati, è nella nostra regola – aggiunge frate Alfio, che abbiamo accolto nella nostra redazione qualche giorno fa proprio insieme a don Giuseppe – Don Beppe, nella sua visione di cristiano, voleva arrivare a tutti e far conoscere a tutti la “Buona notizia” del Vangelo, per questo ha chiamato noi e ha chiesto il nostro aiuto».
«Le Missioni al popolo – ci ha spiegato – sono una modalità di nuova, o seconda, evangelizzazione, perché ci rivolgiamo a persone che sono ancora battezzate, che hanno vissuto la fede, ma per un motivo o per l’altro se ne sono allontanati. Allora noi torniamo da loro a dirgli che la vita cristiana è questa e a fargliela vedere non come una serie di regole, ma come una possibilità di vivere in modo diverso da quello a cui si è abituati».
Un tema, quello del modo di vedere il cristianesimo da parte della società odierna, toccato anche durante il confronto che si è aperto con la nostra redazione, tra confidenze, domande e risposte che hanno coinvolto ciascuno alla sua maniera, non senza sorprese o interrogativi magari “rimasti lì” ma capaci di aprire uno squarcio su un punto di vista del tutto o in parte inedito.
Un facile esempio può essere questo: lo stupore nel sentirsi rispondere, a un semplice “come siete stati accolti dalle persone, dai ragazzi?”, con un altrettanto semplice “bene”. Che si tratti di scuole, luoghi di lavoro, bar, aziende, o anche solo per strada.
«Bene perché noi non portiamo in giro il “manuale delle Giovani Marmotte”, ma una cosa buona che tocca il cuore delle persone. E tutti sono stati contenti di incontrarci, anche i più giovani, perché da noi si sono sentiti raggiunti, ma non giudicati. E questo per loro è importantissimo», ha chiarito frate Alfio.
«Uno studente – ha raccontato – alla domanda su cosa renda lui e i suoi coetanei felici ha detto che loro non sono mai felici. Questo ci ha fatto riflettere e deve farci riflettere tanto, perché i ragazzi, così come gli adulti, non hanno solo sogni, ma anche tante angosce, ma non sono sempre capaci di rivelarle. In loro c’è una parte di “non detto” che forse è addirittura più importante di ciò che viene detto esplicitamente».
E vedere un mondo che “va a rotoli”, non è difficile, doloroso? «Il mondo è sempre stato così – ha commentato frate Alfio – Io penso che sia pieno della presenza di Dio, anche se poi c’è qualcosa che contraddice questa presenza: la morte, la sofferenza, l’ingiustizia, che tolgono senso alla vita e alla fede. Il perché rimane e la fede a questo non dà risposte, ma dà un modo di stare nel mondo, una prospettiva».
Per arrivare a vederla in questa maniera, per il religioso di origine calabrese, c’è voluto del tempo. C’è voluta una gioventù non facile, ambigua, vissuta anche nel consumo di alcol e droga, ma con un vuoto di fondo che non si colmava con nulla: «Poi un giorno ho percepito che ero amato profondamente da Dio nonostante fossi un falso e questo mi riempiva. Mi ha spaventato, ma non avevo più la forza di rimanere ambiguo com’ero stato fino a quel momento». Da lì, passo dopo passo, con il supporto di un sacerdote, l’avvicinamento alla comunità di don Oreste Benzi e la conoscenza dei frati minori di Assisi, Alfio ha imparato che «non si vive per ciò che si fa, per l’amore che si conquista, ma dell’amore che si riceve. Lì ho capito che dovevo arrendermi a questo amore».
Ed ecco allora il saio che ora indossa e che, con gioia, e non senza qualche momento di fatica e crisi, ha portato e porta in giro per tutta Italia per condividere – attraverso i canti, i balli e i momenti di preghiera che hanno animato anche Luino, dal mercato al lungolago, in questi primi giorni di ottobre – la bellezza di una vita piena, ricca di amore e che non conosce l’ambizione del voler prevalere sugli altri a tutti i costi.
Perché «l’altro è il mediatore dell’incontro con Dio, in lui c’è la presenza di Dio e ogni incontro con questo altro è sempre, in ogni caso, un incontro con l’Altro con la A maiuscola che è Dio».
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