Varese | 4 Aprile 2023

Rapine al confine, dieci a processo. Gli avvocati chiedono l’assoluzione

Alla sbarra la “banda Vasi”, accusata di numerosi colpi compiuti tra uffici cambi, distributori di benzina e gioiellerie. Nelle conclusioni delle difese, i “non ricordo” dei testimoni

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È scattata l’ora delle difese nel processo per le rapine al confine tra Varesotto e Canton Ticino che sarebbero state commesse, una decina di anni fa, dalla banda di Filadelfio Vasi, ex ultrà del Varese Calcio.

Fatti che per la pubblica accusa vanno attribuiti alle dieci persone a processo – accusate a vario titolo di rapina, estorsione, furto, minacce e altri reati – per le quali il pubblico ministero ha chiesto condanne per un totale di oltre trent’anni di carcere (qui i dettagli).

Ma per gli avvocati che hanno presentato oggi davanti ai giudici le proprie conclusioni sulle vicende, molti sarebbero i punti bui, emersi dalle indagini, ma anche in seguito, durante il processo.

Moto rubate in circostanze poco chiare, e poi usate per compiere i colpi tra uffici cambi, distributori di benzina, supermercati e gioiellerie; dialoghi confusi nelle intercettazioni riguardanti l’organizzazione dei colpi; e  ancora estorsioni compiute ai danni di persone che poi a processo hanno ricostruito i fatti in maniera parziale, tra molti “non ricordo”, oppure negando di aver subito pressioni. Questi alcuni degli elementi alla base delle richieste di assoluzione presentate dagli avvocati davanti al collegio, che si pronuncerà in estate.

Le indagini, e i successivi arresti, scattarono nell’ormai lontano 2011, dopo che in alcune intercettazioni su un giro di stupefacenti era emersa l’intenzione dei soggetti monitorati di organizzare delle rapine. Una di queste, clamorosa, era stata compiuta all’ufficio cambi di Besazio, in Canton Ticino, e aveva portato i malviventi a mettere le mani su un bottino di quasi 200 mila euro.

Dalle indagini e dalle dichiarazioni rese dalla compagna di uno degli imputati, è emerso un modus operandi citato più volte nella requisitoria del pubblico ministero, e basato sull’utilizzo di parrucche, giubbetti catarifrangenti o con la scritta “guardia di finanza”, pistole con matricola abrasa, fascette da elettricista per immobilizzare le persone presenti nei luoghi delle rapine, dove i membri della banda criminale agivano in maniera organizzata, dividendosi di volta in volta i compiti, tra le pressioni arma in pugno e la ricerca di denaro, con personale e clientela chiusi nel locale dei bagni.

Per Filadelfio Vasi, tornato in libertà dopo una lunga detenzione, il pubblico ministero ha chiesto la condanna a otto anni e dieci mesi di reclusione.

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