Varese | 24 Novembre 2021

Rapine al confine, a processo la “banda Vasi”

15 capi d'imputazione, 12 persone coinvolte in un giro di colpi tentati e messi a segno 10 anni fa. Il gruppo faceva capo all'ex leader degli ultras del Varese

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Il collegio del tribunale di Varese ha aperto l’istruttoria dibattimentale del processo alla cosiddetta “banda Vasi”, gruppo criminale che una decina d’anni fa tentò e mise a segno diverse rapine al confine tra Varesotto e Canton Ticino.

Dodici le persone coinvolte, per un totale di quindici capi d’imputazione, tra cui rapina, furto, estorsione e minacce. Il gruppo faceva capo a Filadelfio Vasi, ex leader delle frange di estrema destra della tifoseria del Varese calcio, pluripregiudicato già in carcere per altri reati, con alle spalle un lungo curriculum di problemi con la giustizia; problemi iniziati nei primi anni duemila tra episodi di spaccio, rapine, risse, aggressioni e tentati omicidi, finiti spesso al centro delle cronache locali; tra questi anche una sparatoria a Malnate e un rocambolesco tentativo di evasione dal tribunale di Varese (dove era stato condotto dal carcere, sotto scorta, per prendere parte ad un’udienza), sventato nel 2012 grazie alle indagini dei carabinieri.

E sempre da una indagine, incentrata sul traffico di stupefacenti e risalente al 2011, la figura di Vasi era emersa insieme a quelle degli altri imputati, intercettati dai carabinieri del comando provinciale di Varese mentre erano intenti a programmare un colpo ad Arona; uno dei tanti denunciati in quel periodo, fino all’arresto definitivo dell’ottobre 2011. Li ha ripercorsi in udienza, in veste di testimone, un maresciallo dei carabinieri che all’epoca aveva preso parte all’attività di indagine.

Il militare ha risposto alle domande del pubblico ministero Lorenzo Dalla Palma, seguendo l’elenco dei colpi tentati e di quelli effettivamente realizzati, tra gioiellerie, uffici cambi, supermercati. Sulla mappa della banda, diverse località del Canton Ticino, poi Olgiate Olona, Cantello, Varese e altri paesi del territorio.

Mediante la collaborazione con la polizia cantonale, i carabinieri esaminarono i fotogrammi dei circuiti di videosorveglianza e di lettura targhe, individuando puntualmente, sui vari luoghi, gli elementi riconducibili al modus operandi del gruppo, e in linea con le dichiarazioni rese dagli arrestati durante gli interrogatori: dall’impiego di giubbetti catarinfrangenti all’utilizzo di fascette di plastica per immobilizzare le persone. I rapinatori si servivano tra le altre cose di uno scooter, riconosciuto sempre attraverso i fotogrammi e poi ritrovato bruciato.

Davanti al collegio, presieduto dal giudice Cesare Tacconi, ha inoltre reso testimonianza una donna impiegata come addetta vendite in un negozio di Olgiate durante il periodo delle rapine. “Era arrivato l’orario di chiusura, io e la mia collega stavamo pulendo – ha ricordato la donna -. Ho preso le scale per raggiungere il parcheggio interrato e ad un tratto mi sono sentita bloccare. Ho urlato, la collega pensava che avessi trovato un topo, poi quando ha sentito qualcuno salire le scale di corsa, si è spaventata chiudendosi dentro. Loro hanno capito e subito dopo sono scappati”.

L’udienza è stata rinviata all’8 marzo, quando il perito designato dal tribunale per trascrivere le intercettazioni telefoniche riguardanti le indagini, verrà chiamato in aula a relazionare.

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