Questioni personali e il posto sbagliato in cui risolverle, vale a dire il bar. E’ l’incipit di una vicenda avvenuta nel novembre del 2019 a Porto Ceresio e ora oggetto di un processo per rapina, in corso in tribunale a Varese.
Due donne che non si sopportano si incontrano in un locale del centro, dove una delle due lavora come barista, mentre l’altra all’epoca trentanovenne è ad un tavolo a godersi la serata insieme al compagno. Una serata che finirà tra insulti e schiaffi, con lo smartphone della barista sparito nel nulla.
Per l’accusa fu la trentanovenne a sottrarlo alla legittima proprietaria, dopo averla presa per i capelli e schiaffeggiata, in un parapiglia scoppiato a fine turno fuori dal bar, con una decina di persone a fare da muro tra le due. «Bugie – ha affermato la donna, difesa dall’avvocato Jacopo Arturi, davanti al giudice – Io non l’ho mai toccata, anche perché con una sberla l’avrei mandata all’ospedale. Ero nel bar che cantavo una canzone, lei mi ha insultato pesantemente e a quel punto le ho detto che l’avrei aspettata fuori per chiarire».
Detto, fatto. Ma non con i metodi del “chiarimento” tra persone civili, secondo le accuse. L’imputata, in riferimento alla persona offesa, ha aggiunto che «quella donna aveva sempre qualcosa di brutto da dirmi», e ha escluso di essere passata dal battibecco ai ceffoni per un sorriso fatto dalla barista al proprio compagno: tesi che la persona offesa aveva precedentemente esposto, sempre in aula.
Questioni amorose, dunque, e non insulti gratuiti. Fatto sta che alla barista, quella sera, il cellulare viene realmente sottratto, e uno dei presenti si propone poi per pagare il danno, sperando di chiudere la faccenda. Che però alla fine è arrivata in tribunale, insieme alla notizia che quel telefono ha dato improvvisamente segnali di vita. Da una zona fuori provincia.
(Foto di copertina da Facebook, Flavio Tamiazzo)
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