Luino | 11 Marzo 2023

La figura e l’opera di don Piero Folli tratteggiate da un illustre storico varesino

Domenica mattina la commemorazione del "Giusto delle Nazioni" a Voldomino, omaggiandolo attraverso il libro di Franco Giannantoni "La Tonaca e il Fucile - ribelli per amore e senza odio"

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In una recente pubblicazione, patrocinata anche dall’ANPI provinciale, dal titolo “La Tonaca e il Fucile – ribelli per amore e senza odio” lo storico varesino Franco Giannantoni, rievoca la figura di don Piero Folli, nel 75esimo anniversario della sua scomparsa, che domenica 12 marzo, la parrocchia, l’amministrazione comunale e l’ANPI Luino ricorderanno con una Santa Messa alle ore 11.15, presso la parrocchiale di S. Maria Assunta a Voldomino Superiore e alle 12, presso il cimitero di Voldomino, con la deposizione di un omaggio floreale sulla sua tomba e con la commemorazione ufficiale a cura del dottor Piermarcello Castelli.

VOLDOMINO STAZIONE DI PASSAGGIO PER LA SVIZZERA

«A Voldomino Superiore il parroco don Piero Folli, impavido sacerdote, fiero avversario del regime, era diventato l’anello di collegamento fra la Delasem, una organizzazione di soccorso agli ebrei di carattere internazionale, le curie fiorentina e genovese dei cardinali Elia della Costa e Pietro Boetto e la parrocchia di Voldomino, diventata una stazione di passaggio, l’ultima prima del salto finale. Gli ebrei arrivavano in gruppi di 15 persone fra donne, uomini e bambini accompagnati da don Gian Maria Rotondi, collaboratore del cardinale Boetto, audace al pari di don Folli. Il gruppo sostava, a seconda delle necessità, in casa del parroco, nell’oratorio, in sacrestia, nel vecchio asilo di Santa Liberata, nelle abitazioni di alcuni generosi paesani.

FUGGIASCHI IMPORTANTI

Don Folli, anima e cuore di questa travagliata e pericolosa impresa, non aveva chiuso le porte neppure quando erano apparsi in condizioni penose prigionieri di guerra alleati e importanti uomini politici, braccati dalle varie polizie repubblichine come il comunista Mauro Scoccimarro, gli esponenti del partito popolare Stefano Jacini, Pietro Malvestiti, Guido Migliori, l’ebreo Dino Segre, il famoso Pitigrilli, romanziere scandalistico e un passato di collaboratore dell’OVRA da Parigi e  ancora, Don Mario Limonta del pontificio istituto missioni estere, cappellano del gruppo 5 Giornate del San Martino, rastrellato dai tedeschi a metà novembre 1943, aiutato a raggiungere i suoi compagni già ospiti dei campi di internamento elvetici.

UN’IMPRESA PERICOLOSA

Quando le guide ritenevano che fosse il momento opportuno, la casa di don Folli si apriva alle prime luci dell’alba e la spedizione dei fuggiaschi ebrei si metteva in moto sfidando i militi del V° Grenzwacke della Guardia Doganale di Frontiera di Varese e della Milizia Confinaria della Vª Legione “Monte Bianco” del console Marcello Mereu, noto per il lugubre motto “Maledetti figli di Giuda vi prenderemo”. Dopo che alcuni gruppi erano riusciti a guadare la Tresa mettendo piede in Canton Ticino senza che i “campanellini” d’allarme di cui era ricca la rete confinaria alla prima spinta suonassero, il gruppo successivo partito da Voldomino aveva dovuto in piena notte battere in ritirata guadagnando fortunosamente la casa di don Folli.

UN FATICOSO ESODO DI SCHIERE DI EBREI PERSEGUITATI DAL REGIME NAZIFASCISTA

Erano ebrei di diversa nazionalità, polacchi, tedeschi, olandesi, francesi che l’8 settembre erano riusciti a fuggire dal campo di concentramento francese di Saint Martin Vesubie presso Besançon, superando la frontiera del Cuneese, toccando borgo San Dalmazzo, nella speranza che l’avanzata alleata raggiungesse il Nord e lo liberasse. Ciò non era avvenuto e per quegli ebrei era iniziato un penoso viaggio fra Piemonte e Lombardia. Quando la notizia era giunta a Genova alla Delasem, il comitato di assistenza del cardinale Boetto aveva studiato il modo per mettere in salvo questi fuggiaschi, soli, senza mezzi, lontani da anni dalle loro famiglie e dai loro paesi d’origine. Alcuni gruppi erano stati indirizzati dal Cuneese verso Roma, poi, quando questa soluzione era diventata impraticabile per la guerra sempre più feroce, si era optato per il viaggio verso la Confederazione elvetica con la guida di don Gian Maria Rotondi e di don Francesco Repetto, segretario del cardinale Boetto.

LA CRIMINALE AGGRESSIONE DEL 3 DICEMBRE ’43 NEL CUORE DI VOLDOMINO

All’alba del 3 dicembre 1943 quando i 14 ebrei, costretti già una prima volta al rientro, stavano ritentando di superare il confine, erano piombati a Voldomino Superiore, su alcuni automezzi, fascisti e tedeschi. Una voce non identificata aveva sostenuto che don Folli fosse stato tradito da chi gli era stato molto vicino. Dopo aver arrestato alcuni residenti fra cui Renato Badi, il postino Gino “Dante” Moroni, Lodovico Berzi e, a Germignaga, Secondo Sassi, i militi della “Muti” erano entrati nella parrocchia e nell’abitazione del parroco. Don Folli, che invano aveva cercato di dare l’allarme agli ebrei nascosti nella canonica, era stato catturato, percosso, sputato, infine legato con delle corde alla cancellata dell’asilo di Santa Liberata. Interrogato brutalmente non aveva dato nessuna indicazione che potesse favorire gli aggressori. Solo una giovane donna ebrea, Myriam Pirani, era riuscita a sfuggire miracolosamente alla retata, raggiungendo Genova da cui era partita. Qui aveva messo al corrente della tragedia Massimo Teglio, il responsabile della Delasem che aveva avuto il compito di convogliare in gruppi gli ebrei verso la Confederazione Elvetica, iniziativa da quel giorno interrotta con gli ebrei messi al sicuro in case private.

DON FOLLI E GLI EBREI IN CATENE

Don Folli e i 14 ebrei, in catene, erano stati trasferiti a Milano nel carcere di San Vittore. Il parroco di Voldomino ci sarebbe stato per tre mesi (degli ebrei non si era avuta più nessuna notizia) svolgendo senza risparmio di sé stesso una generosa attività di sostegno per tanti sventurati. Il 4 dicembre il vicario di Luino don Enrico Longoni aveva informato l’arcivescovo di Milano dell’arresto di don Folli e il gruppo di ebrei giunto da Genova e del saccheggio delle offerte “pro seminario” del 28 novembre e dell’”oro della Madonna”. “La chiesa non è stata profanata – aveva scritto don Longoni – ma è urgente mandare a Voldomino un sacerdote munito di tutte le facoltà necessarie perché non è possibile al reverendo clero di Luino e delle altre parrocchie circostanti attendere a quella di Voldomino troppo importante e numerosa per lasciarla senza un sacerdote residente. Nell’impossibilità di Vostra Eminenza di trovare subito un sacerdote, prego di concedere a me tutte le necessarie facoltà nonché la facoltà della Trinazione”. Luino, malgrado l’ondata repressiva abbattuta sul territorio, aveva offerto una serie di coraggiosi atti di generosità da parte di don Ambrogio Annoni e don Luigi Penco con la complicità di don Francesco Turconi e don Giovanni Bocazzi, custode quest’ultimo nella parrocchia di Maccagno di numerose armi.

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