(Di Renzo Fazio, dalla pagina Facebook “Germignaga, ricordi dal passato”) Ormai qualche tempo fa vi avevo parlato del “cìperi”, un particolare tipo di gioco delle bocce, praticato unicamente a Germignaga (qui il racconto). Oggi vi parlo invece di un altro gioco locale praticato dai nostri ragazzi di una volta che con poco si divertivano a… “giügàa a gaslétt”!
Vi svelo subito il significato della seconda parola che in italiano si traduce: “mucchietto”, mentre la prima, più intuitiva, significa: “giocare”. Come per il “cìperi”, anche le regole del “gaslétt” sembra fossero tipicamente germignaghesi, ma vediamo come si giocava.
Innanzitutto per praticare questo passatempo occorrevano “i búcét” ovvero delle piccole sfere in terracotta dalle dimensioni di circa un centimetro e almeno un “ciun” per ogni giocatore. Quest’ultimo era una biglia di vetro trasparente di dimensioni circa doppie rispetto ai “búcét” e con all’interno un’anima colorata. Le prime erano la versione povera delle biglie in vetro, ma più economiche. Venivano realizzate in argilla e dopo la cottura nel forno erano levigate e lucidate per renderle scorrevoli. Esistevano nelle tinte naturali marroni della terracotta, ma anche colorate.
Entrambe si acquistavano al costo di poche lire cadauna presso la cartoleria del “Michel Spozio” e venivano poi conservate in sacchetti di stoffa o direttamente nelle tasche dei pantaloni. Quest’ultima modalità era causa spesso di rimproveri dalle proprie madri, in quanto provocavano lacerazioni nelle tasche, poi da rammendare con tanta tanta pazienza…
Serviva poi il campo di gioco che doveva essere rigorosamente in terra battuta, il più possibile compatta e pianeggiante. In ogni rione di Germignaga ce n’era almeno uno: ad esempio, quelli del “Cantùn” giocavano all’interno della “Cúrt di Abisitt”, quelli del “Cordone” o della “Piazza”, all’interno dell’oratorio in via Cadorna oppure quasi di fronte, nell’antica corte subito dopo le due scale della vecchia casa parrocchiale.
Si poteva giocare in due o più ragazzi: ogni giocatore doveva prima di tutto posare sul terreno cinque “búcét” disposte a piramide, cioè quattro di base affiancate fra loro e una sopra le altre (da qui il nome gaslétt/mucchietto), poi si tracciava una linea alla distanza di circa due o tre metri. Il passaggio successivo era definire l’ordine di gioco che avveniva tramite un unico tiro effettuato con il “ciun” dalla zona dei “gaslétt” verso la linea tracciata. Chi riusciva a fermare il “ciun” più vicino alla riga, aveva diritto a iniziare il gioco per primo e poi gli altri tiravano a seguire.
Una volta stabilito l’ordine di tiro i giocatori andavano a schierarsi dietro la linea tracciata, che da quel momento diventava invalicabile. Da lì, con grande concentrazione, si tirava il “ciun” verso uno dei “gaslétt” e se si riusciva a centrarlo, tutti “i búcét” che lo componevano venivano vinti dal giocatore. I più abili riuscivano a volte a colpire due “gaslétt” contemporaneamente, ma non era per niente facile…
Col passare degli anni anche “i búcét” di terracotta vennero sostituiti con le più comuni biglie di vetro, poi anche queste andarono in disuso. Il termine “gaslétt” per un certo numero di anni fu anche espressione per indicare, ad esempio, dei capannelli di persone: “gaslétt di dònn o di ómén…”. Ricordi ormai di pochi, e per questo ringrazio Nino Airaghi e Riccardo Sterzi, due ragazzi germignaghesi di allora, per avermeli raccontati.
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