Dopo trentadue anni di carriera con tappe professionali paragonabili ad un lungo viaggio dal nord al sud del Paese, il cerchio per Giuseppe Battarino si è chiuso esattamente dove tutto era cominciato, in quella regione insubrica che nel lontano 1991, con il modo d’essere della sua gente, rappresentò per l’ormai ex gip del Tribunale di Varese l’approccio ideale alla vita da magistrato, chiusa ieri al Salone Estense con un incontro pubblico scandito da diversi momenti.
Dai ricordi, anzitutto, legati in parte alla città di Luino, per due ragioni: l’amore per Piero Chiara e i primi passi da magistrato, come pretore della città lacustre. L’ultimo saluto del Battarino magistrato, davanti a numerosi cittadini, avvocati, colleghi e alle autorità (presenti tra gli altri il sindaco di Varese, Davide Galimberti, il comandante provinciale dei carabinieri, Gianluca Piasentin, e il prefetto Salvatore Pasquariello) è stato inoltre accompagnato dalla presentazione del saggio “Un’idea quotidiana di giustizia” (edito da Macchione), con la lettura di alcuni brani e un dialogo tra Battarino e il giornalista della Prealpina Pasquale Martinoli.
Un libro che sembra scritto appositamente per associare al traguardo di una lunga e intensa esperienza professionale, un nuovo punto di partenza, ricco di riflessioni sullo stato attuale della giustizia, a cominciare dalla posizione sul tema di un magistrato che per molti è stato prima di tutto un esempio di grande umanità. Ce ne vuole tanta per interpretare il proprio ruolo prendendo le distanze dallo stile freddo e impersonale, proprio del burocrate, dalla rigidità di riti e formule, e senza farsi oscurare e condizionare dall’immagine della giustizia autoritaria.
Giuseppe Battarino, come confermato dagli attestati di stima arrivati dal pubblico del Salone Estense, ha rappresentato esattamente quell’impostazione che tende a creare un contatto con la propria comunità, rinnovando di volta in volta (per un totale di circa 13 mila sentenze) interesse e sensibilità per ciò che contraddistingue ogni singolo caso che entra ed esce dagli uffici giudiziari e dalle aule di tribunale. Impostazione che oggi si colloca in una direzione diametralmente opposta a quella che Battarino definisce gestione “paraziendalistica” della giurisdizione. Tema che occupa una parte del libro appena dato alle stampe.
Una gestione schiava dei numeri e delle statistiche, con un approccio da “rider dei fascicoli” che troppo spesso – per l’esigenza di “smaltire il carico” – induce a trascurare e sottovalutare ciò che i fascicoli contengono: fragilità umane, fenomeni sociali. Continuare ad affrontarli tenendo presente l’autenticità della missione del magistrato, che consiste nel tutelare ed espandere i diritti, è il messaggio finale che il giudice scrittore consegna al suo mondo dal quale, lo ha già assicurato, non si staccherà più di tanto.
Il futuro, per Battarino, sarà ricco di progetti incentrati sul territorio e sulla necessità personale di restituire qualcosa alla collettività. Attorno a quel qualcosa si muovono già alcune coordinate di un ipotetico manifesto per l’evoluzione della giustizia: geografia giudiziaria per difendere le sedi locali, revisione del sistema di nomine dei dirigenti e rafforzamento dell’immagine del tribunale come luogo della comunità, per esempio superando l’anonimato delle aule, intitolandole a grandi scrittori, grandi avvocati e grandi magistrati, per lasciare tracce da seguire ed esempi a cui ispirarsi. Esempi come quello del giudice scrittore Giuseppe Battarino, che lascia la toga ma non smetterà di essere un punto di riferimento.
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