Varese | 25 Gennaio 2023

Valcuvia, psicofarmaci nel bicchiere dell’amica. L’accusa: «Voleva abusare di lei». L’imputato patteggia

Due anni di reclusione per un uomo, 43enne all'epoca dei fatti, avvenuti nel 2021. Dopo la cena insieme, il vuoto di memoria della vittima, che solo in ospedale scoprì di aver assunto benzodiazepine

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Una tranquilla cena in compagnia, con pizza e Coca Cola, e poi un enorme vuoto di memoria rispetto a quanto accaduto nel marzo del 2021 in una abitazione della Valcuvia, luogo in cui si sono svolti i fatti per i quali un 43enne è stato accusato di aver utilizzato degli psicofarmaci per abusare sessualmente di una donna di 42 anni, l’amica con cui aveva condiviso quella cena.

La vicenda si è conclusa ieri davanti al giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Varese, che ha accolto la richiesta di patteggiamento formulata dopo l’accordo tra la difesa e la pubblica accusa, che in principio aveva chiesto il rinvio a giudizio dell’uomo: 2 anni di reclusione più un risarcimento per la persona offesa, assistita nel procedimento dall’avvocato Gian Piero Maccapani.

All’uomo erano contestati i reati di violenza sessuale, lesioni e stato di incapacità procurato mediante violenza, accusa quest’ultima legata all’atto che quella sera di primavera di due anni fa avrebbe portato al blackout totale della donna, a causa di alcune benzodiazepine finite nel suo bicchiere, senza che lei se ne accorgesse.

La mattina seguente, quando la donna riprese conoscenza, fu il 43enne ad accompagnarla a casa. Le sue condizioni non erano buone, tanto che scivolò salendo sull’auto, facendosi male ad un ginocchio. Poi, giunta a casa, contattò un’amica e si fece accompagnare in ospedale, dove scoprì di aver ingerito degli psicofarmaci.

A quel punto scattarono i sospetti, seguiti da altri accertamenti medici che non evidenziarono particolari segni riconducibili ad una violenza sessuale, lasciando però dei dubbi sul comportamento del 43enne davanti all’amica priva di sensi.

Le indagini non sono bastate a chiarire del tutto la dinamica dei fatti, che nonostante la perizia di uno psichiatra forense, volta a certificare la natura del vuoto di memoria, è rimasta in parte avvolta nel mistero. Certi dettagli su quella sera sono riemersi con il passare del tempo ma la 42enne, fino a qui, non è stata in grado di andare oltre la ricostruzione di alcuni singoli frammenti di serata: la bibita diventata improvvisamente amara, il tentativo di contattare gli amici per chiedere aiuto, biascicando al cellulare alcune parole incomprensibili.

Il giudice, in merito al risarcimento della vittima, ha stabilito una provvisionale di 10 mila euro. «La quantificazione complessiva dei danni verrà fatta in sede civile – spiega l’avvocato Maccapani  – perché si tratta di danni notevoli, che ancora oggi incidono sulla quotidianità della mia assistita». Questo, peraltro, a seguito di un percorso di cure affrontato dalla donna in un centro specializzato in psicoterapia.

Per l’imputato, invece, è stata chiesta la possibilità di accedere ai lavori socialmente utili per scontare la pena. Un’opportunità offerta dalla legge, ma la parola finale sulla richiesta spetterà al giudice.

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