Sette anni e dieci mesi di reclusione è la pena inflitta dal Tribunale di Varese ad un 29enne, originario della Valcuvia, accusato di gravi reati commessi ai danni dell’ex fidanzata ventenne, che all’epoca dei fatti – avvenuti nell’estate del 2021 – si trovava in una situazione familiare difficile e per questo era ospite di una comunità del Varesotto.
Una relazione breve ma intensa, durata solo alcuni mesi, sufficienti però a far sognare progetti importanti: vivere insieme, avere un bambino. Tutto rapidamente degenerato per via di una quotidianità resa impossibile dall’abuso di alcol e dalla gelosia, legata all’ossessione per il tradimento: i fattori alla base del pesante quadro accusatorio – il pm aveva chiesto 9 anni di reclusione – su cui nel tardo pomeriggio di giovedì si sono espressi i giudici del collegio: atti persecutori, violenza sessuale, violenza privata, lesioni gravi e minacce.
Tutto legato, secondo l’accusa, a un’indole pericolosa della persona finita a processo, e ai suoi sospetti circa una relazione clandestina tra la 20enne e un educatore della struttura. Un fatto che irrompe quasi subito nella vita della coppia, che si forma dopo i primi incontri tra i due in occasione dei permessi di cui la 20enne usufruiva per lavorare fuori dalla comunità. L’allusione ad una cotta per il dipendente della struttura, fatta da un’amica durante una serata in compagnia, fa emergere la tendenza del ragazzo a imporre le proprie regole. E inizia l’incubo: videochiamate per non perdere mai di vista la compagna, social network sotto controllo, scenate fuori dal cancello della comunità.
Sfuriate non solo verbali, stando alle contestazioni del pm, che includono anche diversi episodi di violenza fisica: uno schiaffo sul lungolago per aver insistito con lo sguardo su un ragazzo che passava di lì; un pugno in faccia per un messaggio sul telefono, partito dalla comunità, e poi altri pugni per un ulteriore messaggio, questa volta arrivato su Instagram, e dopo il quale il ragazzo avrebbe perfino minacciato la compagna con una pistola. L’atto finale di un rapporto burrascoso segnato anche dal desiderio del giovane di diventare padre, che avrebbe però compromesso l’intimità della coppia, con rapporti forzati e non protetti, finalizzati solo a raggiungere lo scopo della gravidanza.
Sono soprattutto le intercettazioni telefoniche, predisposte durante l’indagine, a documentare le varie fasi del calvario. Questo secondo la tesi esposta dal pubblico ministero nella sua requisitoria: «La ragazza in principio si confida con le amiche e racconta tutto in modo sincero, finché non inizia a temere per le conseguenze di quanto successo». E poi ci sono i referti medici contenenti i dettagli su lesioni ed ematomi.
Sempre sulle intercettazioni, unite alle prove raccolte in dibattimento con l’esame dei testimoni, si è concentrata l’arringa dell’avvocato della difesa, incentrata su tutti i casi in cui, nel corso dei mesi, la 20enne avrebbe cambiato versione, negando con gli amici – ma in alcune circostanze anche davanti ai carabinieri – di essere stata picchiata e di aver subito violenza sessuale.
Contraddizioni, secondo la tesi difensiva, che da sole basterebbero a mettere in discussione la credibilità della giovane, la quale anche dopo l’arresto del 29enne aveva manifestato la volontà di tornare indietro, espressa in alcune lettere inviate al carcere dove il ragazzo era detenuto. Ma il lungo elenco delle testimonianze, che descriverebbero una storia diversa da quella ricostruita con le indagini, non è bastato ad orientare il verdetto dei giudici verso l’assoluzione.
© Riproduzione riservata







Vuoi lasciare un commento? | 0