Varese | 8 Novembre 2022

Rapine al confine, imputato già condannato in Svizzera ma di nuovo a processo in Italia

Chiesto il "non luogo a procedere" per l'uomo, che non può essere giudicato due volte per gli stessi fatti. Da sciogliere il nodo sull'associazione a delinquere, non riconosciuta dal diritto elvetico

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E’ accusato di aver preso parte all’organizzazione di alcune rapine avvenute nel 2017 in Canton Ticino (qui i dettagli), a pochi chilometri dal confine con la Valceresio, ma la sua posizione rispetto ai fatti è ora appesa al cosiddetto “ne bis in idem”, principio giuridico che impedisce di processare una persona due volte per le medesime vicende.

L’uomo, 31 anni, del Varesotto, è infatti già stato condannato in via definitiva a 2 anni di reclusione dai giudici elvetici, e nel frattempo ha scontato la sua pena. Ma il Tribunale di Varese, chiamato a sua volta ad esprimersi sulla vicenda, deve ancora emettere un verdetto. Che a questo punto, però, potrebbe anche non arrivare se la richiesta di “non doversi procedere” formulata dal pubblico ministero e condivisa dall’avvocato Corrado Viazzo, difensore dell’imputato, dovesse essere accolta dal collegio.

Nell’ultima udienza l’avvocato luinese ha infatti prodotto la sentenza dei giudici svizzeri riguardante la condanna definitiva inflitta all’uomo (già stabilite, tra condanne e patteggiamenti, le posizioni degli altri imputati) e a quel punto il pm ha sottolineato la “piena coincidenza fattuale” tra l’oggetto della sentenza svizzera e i fatti al centro del procedimento in corso al Tribunale di Varese, appellandosi di conseguenza al principio sopra citato, riconosciuto a livello internazionale: nei Paesi dell’Unione Europea ma anche in quelli dell’area Schengen, di cui la Svizzera fa parte.

La questione dal punto di vista procedurale è comunque molto più complessa, in particolare per quanto concerne l’accusa di associazione per delinquere contestata all’uomo insieme a quella di concorso in rapina aggravata. Il primo reato non viene riconosciuto dal diritto svizzero, che prevede invece l’associazione ad una “banda armata” come aggravante della rapina. Per questa ragione la decisione del collegio non è arrivata nell’immediato, ma è stata rinviata a metà dicembre.

Per l’accusa (le indagini furono condotte dagli inquirenti svizzeri in collaborazione con quelli italiani) il 31enne è uno degli ideatori dei colpi messi a segno in Ticino, tra cui quello del 29 marzo di 5 anni fa, avvenuto all’interno di un ufficio cambi con distributore di benzina a Ligornetto (Mendrisio), dove un uomo col casco in testa e un taglierino in mano si fece consegnare dalle commesse presenti in cassa diverse migliaia di euro e franchi. Il rapinatore era giunto sul posto con uno scooter che una volta prelevato il denaro non ripartì e fu lasciato nel parcheggio fuori dall’esercizio. Sul mezzo le autorità isolarono il dna dell’uomo oggi a processo, il cui nome emerse inoltre dall’analisi di diverse chat tra gli indagati, in seguito al sequestro di alcuni cellulari appartenenti ai membri del gruppo criminale.

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