(Foto di repertorio) Erano “pendolari del crimine“. Questa la definizione utilizzata da un operante di polizia giudiziaria, all’epoca dei fatti in forza alla squadra mobile della Questura di Varese, per indicare davanti ai giudici la predisposizione di una banda di rapinatori a colpire sfruttando i collegamenti tra la Valceresio e il Canton Ticino.
Colpi organizzati e messi a segno tra la primavera e l’estate del 2017. Una complessa attività di indagine – condotta dagli inquirenti italiani in collaborazione con quelli svizzeri – ha consentito di risalire ad 8 individui, accusati di associazione a delinquere. I loro destini processuali hanno preso strade diverse tra patteggiamenti e sentenze in alcuni casi già passate in giudicato; uno di loro è deceduto.
Per un trentunenne originario di Varese, considerato dall’accusa tra gli ideatori delle rapine, il processo è ancora in corso e riguarda un blitz compiuto dalla banda il 29 marzo di cinque anni fa, quando era stato preso di mira un ufficio cambi – con annesso distributore di benzina – in località Ligornetto (Mendrisio), a pochi minuti dal confine con Clivio.
Quel giorno, con la Fiat Punto dell’odierno imputato – difeso nel procedimento dall’avvocato Corrado Viazzo – quattro membri della banda fecero da staffetta ad un socio, che si trovava in sella ad uno scooter poi risultato rubato. Precedendolo, verificarono che la dogana fosse “libera”, dando così il segnale per entrare in azione. Il breve tragitto Clivio – Ligornetto si svolse lontano dagli occhi elettronici dei varchi, i sistemi utilizzati per registrare le targhe dei veicoli di passaggio; furono però le telecamere di alcuni privati a registrare lo spostamento, e a fornire utili spunti in sede di indagine.
Alla stazione di servizio il tutto fu molto rapido. Lo hanno ricordato ieri mattina, davanti ai giudici del collegio del Tribunale di Varese, le commesse allora in servizio: il rapinatore arrivò a bordo dello scooter, fece benzina ed entrò nel negozio con il casco in testa e un taglierino in mano. Al posto di pagare, raggiunse le dipendenti dietro il bancone. Una delle due venne spinta, entrambe restarono pietrificate mentre l’uomo prelevava il contenuto della cassa: 3.200 franchi, più 11.000 euro circa. Il rapinatore tornò verso il mezzo a due ruote ma non riuscì a metterlo in moto. A quel punto si allontanò a piedi, in direzione della Fiat Punto.
Sullo scooter abbandonato al distributore verrà rinvenuto un dna, poi associato al trentunenne oggi a processo, arrestato in Svizzera nell’aprile 2017. Il suo nome compare nelle chat degli altri membri della banda, scoperte grazie ad una perquisizione a casa di due di loro, dove la polizia italiana, oltre ai cellulari, sequestrò anche il bottino di uno dei colpi, con le banconote ancora impacchettate e custodite in una camera.
E’ grazie a quei messaggi che gli inquirenti hanno ricostruito la genesi delle rapine, risalendo inoltre ai dubbi e ai timori espressi via chat da uno dei membri del gruppo criminale, già gravato da una condanna e quindi intenzionato a chiamarsi fuori, ma sollecitato dagli altri a proseguire, ricorrendo a dei camuffamenti. Il meccanismo, a quel punto, non poteva essere fermato: “Ho trovato un nuovo cantiere“, scrisse un giorno uno di loro, in riferimento alla tappa per la successiva rapina.
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