Fanno già discutere, e non poco, i primi decreti-legge approvati lunedì 31 ottobre dal nuovo Consiglio dei Ministri presieduto dalla premier Giorgia Meloni.
Fra questi ne compare uno che è già stato denominato, semplicemente, “decreto rave”, dedicato – secondo quanto affermato sia da Meloni che dal neo ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in conferenza stampa – a prevenire e contrastare rave party come quello organizzato durante lo scorso weekend nel Modenese.
Nella fattispecie, l’articolo 5 del DL inserisce all’interno del Codice Penale l’articolo 434-bis relativo alla “invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica” commessa da un gruppo di persone composto da almeno 50 elementi in luoghi sia pubblici sia privati, prevedendo per gli organizzatori una pena che va da tre a sei anni di reclusione e una multa da 1.000 a 10mila euro.
Un provvedimento che ha sollevato moltissime critiche non solo da parte delle opposizioni, ma anche da giuristi e costituzionalisti che hanno espresso le proprie perplessità in merito, a partire dalla troppa vaghezza della norma, che non menziona mai in maniera esplicita i rave e che non chiarisce in cosa consista la riduzione della pena per chi partecipa “all’invasione”.
Una situazione che, come sostiene la giurista Vitalba Azzollini «serve a dare potere di sgombero. Oggi potrà essere sgomberata qualunque occupazione non autorizzata, pure quella del liceo, se l’autorità reputa ex ante, in modo discrezionale, che potrebbe risultare pericolosa». E questa è una delle questioni più controverse che deriva dal nuovo decreto, sulla quale in molti puntano il dito: non essendoci criteri precisi sulla pericolosità e sulla tipologia delle manifestazioni che vi rientrano, la discrezionalità con cui questo potrà essere applicato appare piuttosto ampia. Un’arma per reprimere il dissenso, secondo alcuni.
Anche il punto relativo alla confisca delle cose utilizzate in tali raduni ha instillato qualche dubbio negli esperti, perché potrebbe estendersi non solo a strumenti come, ad esempio, le casse per la musica, ma anche agli account social usati per organizzare le manifestazioni.
Da parte sua, il ministro Piantedosi, in un’intervista al Corriere della Sera ha affermato che «l’obiettivo di queste norme è allinearci alla legislazione degli altri Paesi europei anche ai fini di dissuadere l’organizzazione di tali eventi che mettono in pericolo soprattutto gli stessi partecipanti e finiscono per tenere in scacco intere zone».
«Credo sia interesse di tutti contrastare i rave illegali – ha proseguito –. Trovo invece offensivo attribuirci la volontà di intervenire in altri contesti, in cui si esercitano diritti costituzionalmente garantiti a cui la norma chiaramente non fa alcun riferimento. In ogni caso la conversione dei decreti si fa in Parlamento, non sui social. In quella sede ogni proposta sarà esaminata dal governo».
Il decreto-legge, infatti, dovrà essere approvato da entrambe le Camere entro 60 giorni. C’è quindi attesa per scoprire se il testo, alla luce delle polemiche di questi giorni, potrà subire delle modifiche prima dell’approvazione definitiva.
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