Le cronache parlano chiaro: in tutto l’alto Verbano il problema degli animali selvatici è estremamente sentito da varie realtà, dai semplici cittadini agli imprenditori del settore agricolo passando per gli amministratori locali.
Un problema che si declina in diversi ambiti, da quello relativo ai danni provocati in particolar modo dai cinghiali nei campi a quello legato alla sicurezza stradale e all’incolumità pubblica, fino a giungere all’aspetto sanitario, se si guarda al rischio della peste suina africana. E che, a sua volta, ne genera o ne aggrava altri, come il dissesto idrogeologico e lo spopolamento.
Ed è stato questo il tema della nuova riunione del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica svoltasi nel pomeriggio di ieri, martedì 11 ottobre, nella sala Reale di Palazzo Verbania, a Luino. Il secondo appuntamento di questo tenore a tenersi nella cittadina lacustre dopo quello dello scorso giugno, dedicato allo spaccio nei boschi e al disagio giovanile.
A presiedere l’incontro, come nell’occasione precedente, è stato il Prefetto di Varese Salvatore Pasquariello. Insieme a lui hanno presenziato, fra gli altri, i vertici provinciali di Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato, il vicepresidente della Provincia di Varese Alberto Barcaro, esponenti di Regione Lombardia e ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), parlamentari e amministratori dei Comuni raggruppati nelle due Comunità Montane Valli del Verbano e Piambello e rappresentanti delle associazioni agricole e dei cacciatori.
Molteplici i punti toccati nel corso della riunione all’interno degli interventi previsti, tutti quanti voluti fortemente con l’obiettivo di inquadrare la situazione da varie prospettive e acquisire informazioni utili in vista di azioni future da mettere in campo. Ma univoco, tutto sommato, è il nodo chiave condiviso da tutti: i selvatici sono troppi, le attività di contenimento non sono sufficienti e le normative vigenti necessitano di rinnovamento e approfondimento.
Ad avallare tutto ciò, i numeri riportati sia dal sindaco di Masciago Primo e direttore del Dipartimento di prevenzione veterinaria di ATS Insubria Marco Magrini sia dalle forze dell’ordine. Se si parla di incidenti stradali con il coinvolgimento della fauna, senza contare quelli non segnalati, sono già oltre 200 gli interventi effettuati quest’anno sul territorio da Polizia e Carabinieri – un dato definito “allarmante” dal Prefetto –, con una prevalenza di eventi verificatisi tra Valganna, Valcuvia e Brinzio che, fortunatamente, hanno avuto solo di rado conseguenze fisiche gravi sugli automobilisti.
Mentre gli interventi coordinati da ATS e Provincia per recuperare animali feriti o deceduti perlopiù nell’impatto con i veicoli, solo nel 2022, sono stati già 164. In prevalenza si è trattato di cinghiali, caprioli e cervi, rinvenuti o segnalati nella maggioranza dei casi, anche qui, nell’alto Varesotto, benché le cifre siano in crescita anche per quanto riguarda la zona sud del territorio, quella che occorre monitorare maggiormente in ottica peste suina.
Finora, di questa malattia, non sono stati registrati casi in Lombardia, ma solo in Piemonte, Liguria e Lazio. Ragion per cui “osservato speciale” da questo punto di vista è l’Oltrepò Pavese, da cui potrebbero potenzialmente entrare i cinghiali infetti. Il rischio determinato dall’ingresso della peste suina anche nella nostra regione, ben inquadrato dall’esponente della DG Welfare Marco Farioli, è peraltro estremamente pesante dal punto di vista economico: la previsione, infatti, è di ben 60 milioni di euro di danni al mese.
Ecco perché occorre puntare sia sulle misure di bio-sicurezza sia sulle azioni di contenimento e riduzione della popolazione di cinghiali (così come di quella degli ungulati). Ed è qui che entrano in gioco i cacciatori, la cui attività non è comunque scevra di problematiche: età in aumento, diminuzione dei membri degli ambiti e dei comprensori e mancato ricambio generazionale, uniti alla prolificità e all’espansione della fauna e a paletti normativi, fanno sì che l’abbattimento dei capi, benché in linea con le quantità richieste, risulti in realtà poco incisivo.
Da qui la richiesta e l’invito pressoché comune esposto dagli intervenuti: quello di puntare alla risoluzione del problema seguendo un approccio multidisciplinare, andando in ascolto delle esigenze e delle difficoltà del territorio, incentivando la caccia di selezione e rivedendo, come sottolineato anche dal senatore Stefano Candiani, la legge 157 del 1992: «Gli strumenti a disposizione devono essere innovati, lo scenario è completamente mutato rispetto al passato. Non servono ideologie, perché i problemi sono reali sia per gli agricoltori che per la salute e la tutela delle persone, servono strumenti».
E, ancora prima, occorre fare squadra con ciascuno degli attori coinvolti, dalle realtà locali a quelle sovralocali, e operare con continuità, costruendo un percorso con obiettivi chiari e condivisibili da sostenere a tutti i livelli e da perseguire tutti insieme: un’azione coordinata è fondamentale e importante.
© Riproduzione riservata






