Si terrà nella serata di domani, sabato 10 settembre, il concerto Omaggio a Baumgartner, a Brezzo di Bedero.
L’appuntamento presso Casa Paolo sarà alle ore 21.00 dove sarà Carlo Levi Minzi a esibirsi al pianoforte con un programma che comprende musiche di Chopin e Skrjabin.
Carlo Levi Minzi è stato allievo di Enrica Cavallo, Vladimir Natanson, Paul Baumgartner e Mieczyslaw Horszowski, ha tenuto concerti nelle principali città di Europa e America ed effettuato numerose registrazioni radiotelevisive e discografiche. Il suo repertorio, che si estende da Bach ai giorni nostri, comprende, oltre al ciclo integrale delle Sonate di Mozart, Beethoven, Schubert e Skrjabin, anche più di cinquanta Concerti per pianoforte e orchestra. È stato Professore Ordinario presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano e ha tenuto numerose
Master class presso prestigiose Istituzioni in Europa, Asia e America.
Di seguito un ricordo di Paul Baumgartner a cura del musicista.
Ho conosciuto Paul Baumgartner nel 1975. Ero di ritorno da due anni di studio presso il Conservatorio di Mosca dove quel sant’uomo di Vladimir Natanson aveva provveduto a risistemarmi le mani, chiaramente deficitarie grazie alla precaria italica istruzione, e, contemporaneamente, a darmi una educazione circa il repertorio russo con particolare riguardo a Skrjabin e Rachmaninov, autori che mi interessavano assai.
In quel periodo avevo anche notato che l’educazione musicale sovietica era eccessivamente sbilanciata verso una concezione iperromantica e
sentimentalista del repertorio tedesco; sentivo, quindi, la necessità di una correzione in tal senso. Fu così che approdai a questo grande musicista. Di lui sapevo ben poco: era uno dei grandi specialisti di Beethoven, di cui aveva ripetutamente eseguito il ciclo integrale delle Sonate, ma anche di Mozart, Schubert e Schumann, didatta stimatissimo che aveva avuto tra i suoi allievi Alfred Brendel, Karl Engel, Peter Efler, Arie Vardi e che aveva insegnato alla Musik Akademie del Stadt Basel.L’impatto iniziale fu non meno traumatizzante di quello avuto con Natanson: uno aveva messo a nudo le mie carenze meccaniche, l’altro mi fece notare fin dal primo giorno quanto la mia lettura del testo musicale fosse imprecisa e lacunosa e cominciò con incredibile puntiglio a insistere su ogni singolo dettaglio di articolazione e dinamica. Ben presto capii che tale insistenza finiva con l’incidere in maniera significativa sulla resa della grande forma musicale e che non fosse assolutamente vero che la cura del dettaglio andasse a detrimento della scorrevolezza, come mi ero più volte sentito dire in Italia, ma anche in Russia. Fu un anno e mezzo di dura disciplina da cui trassi alcuni ammaestramenti che ancor oggi sono mie linee guida e che ho cercato di trasmettere ai miei studenti.
Implicitamente Baumgartner mi fece notare che non esiste uno “stile” esecutivo per i diversi autori, ma che invece era il rigore della lettura a evidenziare la diversità della scrittura, Nel tempo scopersi che il Maestro aveva un repertorio straordinariamente ampio, che si era molto occupato di musica contemporanea e che conosceva bene anche quel repertorio russo che avevo studiato a Mosca. Con lui ho studiato, quindi, un po’ di tutto, sempre importando nei vari autori quel rigore che mi aveva insegnato fin dall’inizio.
In seguito cominciai a conoscere la persona: dopo la lezione, che durava non meno di due ore e mezzo, ma spesso anche tre, era rito sedersi per un po’ in salotto e sorseggiare un bicchiere di vino rosso di cui andava pazzo. Era un uomo schivo e non parlava mai dei suoi successi artistici, cosa a cui rimediava la sua verbosissima moglie che lo adorava. Credo sia proprio questa la causa per cui, nonostante avesse suonato nelle più importanti sale del mondo, non ci fosse stato un riscontro così “importante” come quello avuto da altri più gettonati colleghi cui non era assolutamente inferiore, come testimoniato anche dalle sue registrazioni che appaiono anche su YouTube. Era raro che parlasse male di un collega, anche se qualche volta quando mi abbandonavo a qualche effettaccio, retaggio della pessima educazione milanese mi rimproverava bonariamente dicendo che “certe cose noi le lasciamo fare a Rubinstein”. Una volta, parlando di Martha Argerich, si disperò sinceramente e testualmente affermò nel suo ottimo ma non perfetto italiano che “eppure lei aveva studiato bene a Vienna”.
Purtroppo la frequentazione fu troppo breve perché nell’estate del 1976 si ammalò e quella che sembrava una epatite si rivelò essere un tumore del pancreas. Lui, riservato come era, non volle più vedere nessuno e solo dalla moglie seppi che stava morendo. Quando venne a mancare non potetti recarmi al funerale perché ero negli Stati Uniti per il mio primo tour; avvertii per la sua perdita un dolore paragonabile a quello che avrei potuto provare per un padre, quale lui era stato per me, molto di più di quello biologico che lui detestava ben sapendo che cercava di ostacolarmi. Andai a trovare la moglie portandole un recensione e, solo allora sorridendo, disse che sarebbe andata a dirlo al Maestro. Mi disse anche che Baumgartner aveva stima di me: questo mi spiega la certosina pazienza con cui non si stancava di ripetere i concetti che non riuscivo ad assimilare, forse anche perché lui, didatta di professione e per vocazione, avvertiva che io sarei stato il suo ultimo allievo, cosa di cui vado e andrò sempre fiero.
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