Varese | 3 Giugno 2022

Maltrattamenti nel Luinese, «Io padre severo. Per il bene dei miei figli»

Parla in Tribunale il 59enne accusato di aver utilizzato a lungo metodi violenti per imporre le sue regole ai congiunti. «Tutto quello che è successo a me non doveva succedere a loro»

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«Non sono stato un padre padrone, sono stato un padre severo». Questo il concetto che un cinquantanovenne residente in un paese delle valli luinesi, e a processo per maltrattamenti ai danni dei suoi 5 figli e dell’ex moglie, ha espresso in Tribunale a Varese, respingendo una dopo l’altra tutte le accuse che gli vengono contestate, e tornando ogni volta su quella concezione del ruolo genitoriale basata su concetti arcaici e influenzata da rigidi precetti religiosi, che per anni hanno condizionato la vita dei congiunti, fino alle estreme conseguenze: la denuncia, la famiglia che si sgretola, l’intervento degli assistenti sociali, degli avvocati e di un centro anti violenza.

Per inquadrare i fatti oggi al centro del procedimento, la difesa ha scelto di tornare indietro nel tempo, alla Sicilia degli anni settanta, quella dell’odierno imputato. L’uomo, rispondendo alle domande dell’avvocato, ha raccontato del suo passato burrascoso, di ciò che significa crescere senza genitori (la madre se ne andò, il padre finì in galera e lui fu affidato ad uno dei nonni), senza affetto e senza riferimenti; con la necessità, a un certo punto, di imparare un mestiere alla svelta e seguire così la propria strada, l’unica possibile, fatta di lavoro e sacrifici. Una strada che alla fine degli anni ottanta portò l’uomo  in Lombardia, nell’alto Varesotto, dove prese forma il progetto di costruire insieme alla compagna, poco più che ventenne, una famiglia numerosa. E dove la coppia – lui falegname, lei giovane madre con una bambina appena nata – si avvicinò ad una comunità evangelica.

«Volevo evitare che i miei figli crescessero come sono cresciuto io – ha specificato l’uomo durante il lungo esame a cui si è sottoposto in aula – Volevo il loro bene. Volevo che arrivassero ad essere indipendenti, con una educazione e un titolo di studio». Da qui l’insieme di regole ferree che però, secondo l’accusa, ha interferito con il diritto dei figli di crescere da persone libere. E in modo felice. Niente compleanni, niente vita sociale, indicazioni precise e insindacabili persino sull’abbigliamento: «Gli uomini devono vestirsi da uomini, le donne da donne», ha sottolineato l’uomo, aggiungendo tuttavia che un giorno l’immagine di una delle sue figlie, al gelo fuori da scuola, con indosso una gonna, gli aveva fatto stringere il cuore, e solo a quel punto la giovane aveva avuto la possibilità di iniziare a vestirsi anche in un altro modo. E poi ancora le letture: niente romanzi, niente “Harry Potter” o “Peter Pan”. «C’erano i libri di scuola – ha aggiunto l’uomo – era giusto che investissero le loro energie su quelli». E niente musica: «Io e mia moglie siamo sempre stati contro la musica “mondana”».

Quando i figli – oggi tutti maggiorenni – andavano oltre, arrivavano gli avvertimenti. Con “le sculacciate“, così le ha definite il cinquantanovenne: moniti oltre i quali – a suo dire – c’era solo il castigo, quello “antico”, con i figli messi contro il muro, e non ciò che i figli stessi hanno raccontato nel corso delle udienze, fornendo versioni coerenti tra loro. Una delle ragazze aveva mimato il modo in cui veniva costretta a mettersi in ginocchio sui ceci («una rappresentazione da attrice», ha detto il padre); l’unico figlio maschio aveva fatto riferimento ad altre punizioni inconcepibili, come l’obbligo a stare immobili sulle piastrelle, e al fatto che il padre, quando tornava a casa dopo aver bevuto, se la prendeva con tutti e partivano litigate che potevano protrarsi per ore. «Menzogne», ha commentato l’imputato, respingendo inoltre l’accusa di aver minacciato la consorte con un coltello, e di aver malmenato la primogenita il giorno in cui la stessa aveva deciso di andarsene definitivamente da casa.

Proprio la primogenita, secondo il cinquantanovenne, portò la madre – «inizialmente convinta dei metodi educativi» – dalla parte dei figli. Come? Con le sue ribellioni. «Io e mia moglie eravamo compagni nel cammino di fede – ha spiegato l’imputato – poi lei è naufragata e ha cominciato ad assecondare i figli. Quella fu la causa di tutto, per l’uomo, che rispetto alle accuse di violenza sull’ex moglie ha utilizzato parole forti: «C’erano dei periodi in cui litigavamo e ci mettevamo le mani addosso a vicenda. Uno spintone io e uno lei. Poi lei ha usato la denuncia come escamotage per andarsene e occupare un posto in una casa rifugio, senza averne bisogno».

Anche i figli però, una volta compiuta la maggiore età, se ne sono andati. Uno dopo l’altro. E oggi sono tutti contro il padre. «C’è qualcosa che sente di aver sbagliato?», ha domandato infine il giudice al cinquantanovenne. «In casa c’era poco dialogo», ha risposto lui, convinto fino in fondo di aver agito solo con l’intento di garantire un futuro a tutti. «Ci è riuscito?», ha chiesto il suo avvocato. «Certo – ha risposto l’uomo, volgendo lo sguardo verso i figli, presenti in aula e seduti l’uno accanto all’altro – Guardi come sono belli».

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