«Più che una famiglia era un esercito. Moglie e figli dovevano rispettare gli ordini che venivano impartiti dall’alto». A stabilire le regole che orientavano i comportamenti, dentro e fuori le mura domestiche, era un uomo di cinquantanove anni, residente in un paese delle valli luinesi, marito possessivo e padre padrone secondo le accuse di cui l’uomo deve rispondere nell’ambito di un processo per maltrattamenti in famiglia in corso presso il tribunale di Varese.
E’ stata una vicina di casa, chiamata a testimoniare durante l’ultima udienza, a descrivere la rigidità militaresca a cui erano sottoposti la consorte dell’odierno imputato e i cinque figli, oggi tutti adulti. Una rigidità da cui scaturivano violente liti, a cui le donne che componevano il nucleo familiare reagivano spesso scappando in lacrime, in giardino o fuori dal cancello. Durante una mattina d’estate del 2015, la “fuga” di una delle figlie – allora ventiduenne – si concluse in caserma dei carabinieri.
Lì la ragazza manifesta la volontà di denunciare il padre. E’ con una amica, chiede cosa deve fare. E’ terrorizzata, ha in mano il telefono che la tiene in collegamento con la sorella più grande. Si sfoga con il vice brigadiere di servizio come piantone, parla di anni di maltrattamenti. Violenze verbali ma anche fisiche subite dal padre che stava attento al modo in cui picchiava, per evitare di lasciare segni, e che fuori di casa era completamente diverso, per non destare sospetti di alcun tipo.
Proprio fuori di casa l’uomo viene avvicinato pochi giorni dopo dallo stesso vice brigadiere, che scopre qualcosa di più circa il modo in cui il cinquantanovenne considerava le responsabilità riguardanti il suo ruolo genitoriale e di marito: «Dio mette un capo in ogni famiglia», dice il cinquantanovenne al militare dell’Arma. La religione – o una sua interpretazione distorta – è però soltanto la cornice dell’intera vicenda. Dentro ci sono anni di sofferenze e soprusi, stando alle dichiarazioni fornite dai figli della coppia ai carabinieri, e riguardanti le furiose litigate e l’impossibilità di avere una vita sociale da persone libere.
La figlia più grande si sentiva seguita, vedeva il padre appostato fuori dai locali e lo trovava online, sulle pagina Facebook, dove con vari account cercava di interferire nel suo privato. E poi c’è il vissuto di un’altra delle figlie che a scuola, durante gli anni del liceo, dopo varie sollecitazioni, decide di confidarsi con una docente. «Lei era la classica ragazza “ottocentesca” – ha ricordato la professoressa in aula, come testimone della parte civile – educatissima e molto chiusa. Era anche ansiosa, molte volte piangeva. All’inizio si pensava fosse per i voti, poi con alcuni colleghi decisi di indagare più a fondo e vennero fuori i problemi familiari e anche l’immagine chiara di una ragazza che doveva limitarsi al tragitto scuola – casa, che non poteva mai partecipare alle attività extra scolastiche perché qualcuno a casa non voleva. In presenza di una gita o di qualsiasi altra attività diventava rossa in volto e rispondeva sempre allo stesso modo, dicendo “non posso venire nemmeno questa volta”».
Tensioni e disagi spingono la madre delle ragazze a rivolgersi ai servizi sociali e ad uno sportello anti violenza. Intervengono uno psicologo e un avvocato, viene avviata un’indagine socio familiare. Nel 2017, dopo vari incontri con gli specialisti, arriva il trasferimento della donna presso una casa rifugio.
«Quando non c’era mio marito lui neanche mi salutava – ha aggiunto la vicina di casa, durante la sua deposizione, parlando dell’imputato -. Quando loro due a un certo punto sono entrati in confidenza, lui ha manifestato interesse rispetto al fatto che mio marito mi consentisse di uscire da sola, di indossare pantaloni corti, di lavorare. Voleva capire perché. Considerava un’altra nostra vicina, separata, come una donna che viveva nel peccato». Gli scambi di opinioni con l’uomo della porta accanto avevano aperto in precedenza uno “spiraglio di libertà” per moglie e figlie del cinquantanovenne oggi a processo. Iniziarono a concedersi delle uscite al lago insieme alla vicina, che anche in quel contesto notò delle stranezze: «Le ragazze, all’epoca bambine, facevano il bagno vestite. Non potevano farsi vedere in costume e appena uscite dall’acqua si affrettavano a rincasare».
Il processo riprenderà a fine aprile, quando davanti al giudice Andrea Crema compariranno i testimoni della difesa. Poi l’esame dell’imputato chiuderà l’istruttoria dibattimentale.
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