Varese | 21 Aprile 2022

Alto Varesotto, padre padrone e marito geloso: «Nessuno può mettere in discussione le sue regole»

Cinquantanovenne a processo per maltrattamenti in famiglia. In aula parla la grafologa che ha analizzato il suo carattere: «Deve imporre i valori nei quali crede»

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Trent’anni di matrimonio e un lungo calvario fatto di privazioni e violenze, sia fisiche che verbali, imposte da un “padre padrone” descritto anche come un marito geloso oltre ogni limite, ora a processo in tribunale a Varese, dove deve rispondere dell’accusa di maltrattamenti.

L’uomo, cinquantanove anni, viveva fino al 2017 in un paese delle valli luinesi, dove la moglie e i suoi cinque figli – ora tutti maggiorenni – dovevano sottostare, secondo l’accusa, a regole rigidissime che impedivano loro di vivere da persone libere. Niente uscite in compagnia, niente abiti che mettessero in risalto le forme, nessuno spiraglio di vita sociale.

Una condizione insostenibile, rotta definitivamente con la denuncia presentata ai carabinieri da una delle figlie dell’odierno imputato. E’ il 2015 quando la giovane, allora ventiduenne, si presenta in caserma dopo l’ennesima lite tra le mura di casa. Seguirà l’intervento dei servizi sociali e il trasferimento della moglie del cinquantanovenne in una struttura protetta.

Quell’uomo era davvero violento? In aula, durante l’ultima udienza del processo, la difesa ha provato a fare luce sui comportamenti dell’imputato – e sulla sua predisposizione a “comandare” – attraverso le parole di una grafologa che ne ha studiato l’attitudine nei rapporti interpersonali. «Non accetta di essere giudicato – ha spiegato la dottoressa – vive seguendo rigidi principi ai quali non è disposto a rinunciare, anche se creano disagi all’interno della famiglia. Le sue regole non possono essere messe in discussione, si sente l’uomo forte che in ogni caso deve avere il controllo della situazione. Il suo carattere gli impedisce di accettare il contraddittorio con gli altri, deve imporre i valori nei quali crede».

E questi valori, si è appreso nel corso delle udienze, avevano a che fare con la religione e con il fatto che l’imputato frequentasse, insieme alla moglie, una comunità evangelica. Era per questo che in casa non si potevano leggere libri al di fuori della Bibbia? E che al lago, nei rari momenti di socialità, le bambine potevano fare il bagno solo da vestite? Una testimone, ex amica della famiglia, e a sua volta parte della stessa comunità, ha precisato che le sue figlie leggono liberamente tutto ciò che vogliono, e che a fare il bagno ci vanno in costume («meglio se intero»).

Altri testimoni della difesa, ex insegnanti dei figli del cinquantanovenne, hanno dichiarato di non aver notato nulla di strano negli anni delle medie. Fatta eccezione per una docente, che davanti al giudice è tornata con la mente all’immagine di quelle sorelle che all’intervallo stavano in un angolo, timide, riservate e con lo sguardo sempre triste. «Il padre l’ho conosciuto anche fuori da scuola – ha aggiunto la professoressa – Lo avevo contattato come artigiano per dei lavori a casa. Era sgarbato, si rivolgeva solo a mio marito, “in quanto uomo”, e mi diceva di stare in disparte. Lì ho cominciato a capire qualcosa».

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