Uno scooter con qualche graffio, parcheggiato a lato della strada che collega Brinzio a Varese, non distante dal cimitero in località Rasa. Un sessantacinquenne a bordo di un’ambulanza e nessun altro ferito.
Questa la scena documentata dalla polizia locale nel tardo pomeriggio di un giorno di inizio ottobre del 2019. Seguendo il mezzo del personale medico in ospedale, e dopo aver effettuato i rilievi sul posto, gli agenti scoprirono che l’uomo, proprietario dello scooter, aveva fatto tutto da solo. E che il suo tasso alcolemico, quattro ore dopo l’incidente, era ancora superiore a 3.
All’episodio è legato un procedimento penale, a carico del sessantacinquenne, in corso in Tribunale a Varese. «In ospedale abbiamo chiesto di parlare con il ferito – ha ricordato in aula, durante l’ultima udienza, uno degli operanti intervenuti quel giorno – ma la sua ricostruzione dei fatti era confusa. In più l’uomo non ricordava il proprio numero di telefono, né dove avesse messo la patente. Il suo alito era vinoso, abbiamo richiesto l’alcol test, scoprendo che non ci sbagliavamo sulle sue condizioni».
Dai rilievi emerse che lo scooter era finito al suolo quando ormai era quasi fermo. A spiegare l’esatta dinamica dell’episodio, in tribunale, è stato il diretto interessato, rilasciando spontanee dichiarazioni davanti al giudice. «Sono una guardia ecologica – ha esordito l’uomo – quel giorno venivo da un pomeriggio di lavoro con i colleghi, ci eravamo occupati di sostituire alcuni cartelli, sistemare delle bacheche, attività ordinarie».
Prima però c’era stato un pranzo e non erano mancati i bicchieri di vino. Quanti? «Alcuni, senza esagerare», ha precisato come testimone un collega dell’imputato. Il sessantacinquenne ha poi descritto i momenti precedenti la caduta: «Sul ponte della Rasa ho accusato un malore, probabilmente una congestione, ero poco coperto. Ho cercato di accostare e a quel punto mi sono sentito male, cadendo a peso morto sopra lo scooter, proprio mentre cercavo di metterlo in posizione sul cavalletto. In ospedale ero scosso – ha sottolineato – per quanto riguarda il mio numero di cellulare, non lo so a memoria nemmeno ora».
Una cosa però per l’imputato è certa: gli agenti di polizia, all’atto dell’alcol test, non gli comunicarono la possibilità, prevista dalla legge, di farsi assistere da un difensore. Secondo l’agente sentito in dibattimento la comunicazione ci fu, ma non venne verbalizzata. Un altro operante, su richiesta del pubblico ministero, verrà chiamato ad esprimersi sul punto. Nella prossima udienza.
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