Varese | 11 Febbraio 2022

Spaccio nei boschi, dalle intercettazioni alle telecamere: così si è arrivati alle manette

Cinque uomini a processo per il traffico di sostanze tra Rancio e Bedero Valcuvia. I carabinieri ricostruiscono i tratti salienti dell'inchiesta davanti ai giudici

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Prima dell’attività d’indagine che ha condotto agli arresti della cosiddetta “operazione Maghreb” lo spaccio nei boschi dell’alto Varesotto non esisteva, o perlomeno non aveva ancora assunto i contorni della vera e propria piaga sociale.

Poi è arrivata l’inchiesta condotta sul campo dai carabinieri del nucleo radiomobile di Luino e dalle altre forze dell’ordine del territorio; un’inchiesta con vari filoni e risvolti, in parte già finiti nelle aule di tribunale. Uno di questi filoni riguarda l’area boschiva situata al confine tra Rancio e Bedero Valcuvia, e per il traffico di stupefacenti in quella zona, attraversata dalle strade provinciali 62 e 11, sono oggi a processo cinque persone: tre magrebini e due cittadini italiani.

Da una parte i pusher, dall’altra i consumatori che all’occorrenza diventavano anche “tassisti” per agevolare gli spostamenti delle persone che tra gli alberi e a bordo strada rifornivano le loro tasche di dosi, prevalentemente di eroina, hashish e cocaina. In tribunale a Varese i vicebrigadieri e i luogotenenti che nel 2017 presero parte alle indagini che fecero scattare le manette, sono intervenuti come testimoni davanti ai giudici del collegio per ripercorrere i tratti salienti della loro attività, cominciata da un giro di segnalazioni e dalle informazioni fornite dai primi acquirenti individuati; informazioni relative ai luoghi e ai soggetti al centro del traffico.

E’ estate quando cominciano le intercettazioni e dalle telecamere posizionate in punti strategici arrivano i primi riscontri. “Clienti” e “fornitori” sono al telefono, a poche centinaia di metri di distanza dal punto stabilito per la compravendita, in zona Rasa. Non sanno che le loro linee non sono più sicure. Ad un tratto spunta un’Alfa nera, c’è un posto di blocco che viene saltato. Si creano i presupposti per un inseguimento lungo i tornanti che collegano l’alto Varesotto al capoluogo di provincia. I carabinieri prendono la direzione dell’auto e ad un tratto la vedono procedere con le portiere spalancate verso un muretto, pronta allo schianto. A bordo non c’è nessuno, le persone che occupavano l’abitacolo – tre, dicono alcuni passanti – sono fuggite a piedi senza aver tirato il freno mano, lasciando in macchina i cellulari e tre etti di hashish.

Tutto materiale per incrementare la “fase di studio” applicata ai pusher e ai loro movimenti. Dalle telecamere i militari scoprono quali sono i numeri di targa da monitorare, e dunque i veicoli su cui installare un segnalatore gps e il sistema per il rilevamento audio ambientale. La tecnologia li conduce ad un appartamento di Corsico, hinterland milanese, dove i magrebini rincasano la sera e dal quale poi ripartono la mattina grazie ad un cittadino italiano che fa loro da autista. Da un veicolo un giorno viene captata una conversazione: «Mi fa male una gamba» dice uno degli spacciatori. «Ce l’hai la tessera sanitaria?» chiede un’altra persona a bordo. La risposta è «sì» e allora l’auto si dirige verso un ospedale della provincia, ma nel frattempo la conversazione prosegue e si scopre che la persona sofferente si è provocata dei tagli scappando dai carabinieri in mezzo ai boschi. E’ in ospedale che i militari dell’Arma riescono a dare un volto e un’identità alla sua voce.

Ma l’episodio più eclatante tra quelli raccontati in aula dagli operanti nel corso dell’ultima udienza riporta la narrazione dei fatti nel contesto del Varesotto e delle valli. La solita macchina parte dal solito appartamento di Corsico. Questa volta però a bordo c’è un carico importante. Sette chili di hashish pronti da smistare in Valcuvia. «Li abbiamo seguiti lungo tutto il tragitto autostradale – ha spiegato davanti ai giudici un appuntato scelto – a un certo punto li abbiamo superati e poi abbiamo rallentato per consentire loro di passare nuovamente davanti. Così abbiamo riconosciuto il “tassista”. Abbiamo poi avvisato i colleghi che ci attendevano sul ponte situato tra i confini comunali di Lozza e Vedano e l’ingresso di Varese. Lì hanno organizzato un posto di blocco». Un posto di blocco puntualmente saltato, come avvenuto alla Rasa. Ma questa volta dal veicolo scende un pusher che si allontana di corsa con il pacco in mano, perdendolo poco dopo. Il pacco verrà sequestrato e i ris rileveranno sulla superficie le impronte dello spacciatore.

L’imprevisto è un colpo non da poco per il traffico di zona. «Nei giorni successivi i telefoni in uso ai pusher hanno smesso di mandare segnali – ha aggiunto il testimone – e quando le comunicazioni sono riprese abbiamo subito notato che c’erano delle voci diverse. Un segnale, inoltre, aveva cambiato area». Dai boschi della Valcuvia si passa a quelli di Ardena, frazione di Brusimpiano. Si riparte da capo ma con gli stessi metodi: gps, intercettazioni, telecamere. L’occhio elettronico punta su una panchina dove un magrebino taglia il fumo per comporre le sue dosi, sistemando il resto dello stupefacente, avanzato a “fine turno”, in una porzione ben nascosta di terreno. Lasciando al suolo un segno per riconoscere il luogo esatto.

Al calar del sole arriva un uomo in macchina a prelevarlo. E’ un altro italiano, “autista” come il connazionale della tratta Corsico – Valcuvia, ma ai suoi servizi – offerti in cambio della droga – aggiunge anche il pernottamento a casa sua. L’abitazione si trova a Marchirolo ed e da lì che l’uomo esce ogni giorno in tarda mattinata con il pusher per riportarlo nelle aree boschive tra Ardena e Boarezzo.

Esaurite le testimonianze delle forze dell’ordine, il processo riprenderà con l’esame in aula di chi acquistava la droga. Gli acquirenti indicati nella lista testi del pubblico ministero inizieranno ad essere sentiti durante la prossima udienza. Prevista per l’estate.

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