Varese | 1 Febbraio 2022

Luino, minaccia la madre e litiga con i carabinieri: 30enne assolto perché “non era imputabile”

Al momento dei fatti, avvenuti nel 2018, il ragazzo non era in grado di intendere e di volere. Il suo difensore: «Non basta una sentenza per risolvere questi problemi»

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Assolto perché completamente incapace di intendere e di volere nel momento in cui si sono verificati i fatti. Questa la formula con cui si è chiusa la vicenda processuale di un trentenne luinese che era accusato di minacce aggravate, lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale, per un episodio avvenuto nel dicembre del 2018.

Il procedimento si è concluso ieri davanti al tribunale di Varese, dove il giudice Marcello Buffa ha accolto le richieste del pubblico ministero Davide Toscani e della difesa, rappresentata dall’avvocato Maurizio Domanico, applicando inoltre la misura della libertà vigilata per un anno, periodo durante il quale il trentenne dovrà obbligatoriamente frequentare il centro psico sociale della sua città.

Quel giorno d’inverno di quattro anni fa il ragazzo, con problemi di schizofrenia, litigò in maniera violenta con la madre, alzando le mani e minacciando il genitore con una bottiglia. A casa arrivarono i carabinieri, sui quali il giovane riversò tutta la sua ira. Ma i militari, terminata la sfuriata, riuscirono comunque ad evitare il peggio e a far tornare la calma.

Una perizia psichiatrica, acquisita durante il dibattimento in aula, ha consentito di accertare il vizio totale di mente del trentenne che per questa ragione è stato assolto. Il suo problema però rimane, ed è un problema comune a tante famiglie della provincia. «Famiglie sole che per amore spesso sacrificano la propria serenità pur di non abbandonare i figli – ha sottolineato a margine dell’udienza l’avvocato Domanico -. Queste persone difficilmente vengono seguite nel modo adeguato perché i casi sono tanti, sono complessi e gli strumenti messi in campo non bastano».

Troppe le situazioni al limite, troppo pochi i professionisti che si occupano dei percorsi terapeutici, che se applicati in modo efficace risultano determinanti nel correggere i comportamenti a rischio, ma se trascurati conducono allo sfinimento i soggetti psichiatrici e i relativi nuclei familiari, fino alle conseguenze più drastiche, che vengono poi prese in consegna dalla giustizia penale.

«A volte gli specialisti, per via del poco tempo a disposizione, arrivano a fissare sedute a distanza di diversi mesi, durante i quali succede di tutto nella vita di persone così fragili. Altre volte manca il coraggio di effettuare una diagnosi. Quando la diagnosi è addirittura doppia (per esempio schizofrenia unita a tossicodipendenza, ndr) non è raro che vengano a mancare i riferimenti certi sul territorio». Si parla di strutture gestite dalla sanità pubblica. I posti disponibili e i mezzi per curare non sono uguali in tutti i contesti, il che aggiunge ulteriori disagi quando la scelta migliore viene individuata a decine se non centinaia di chilometri di distanza.

«Servono case famiglia, comunità, più supporto per familiari conviventi – ha specificato in conclusione l’avvocato -. Si interviene con le denunce davanti al fatto reato, ed è giusto che sia così, ma gli strumenti corretti per affrontare questi fenomeni non si trovano all’interno di un processo. I provvedimenti che escono dal tribunale non conducono ad una soluzione».

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