Come in tutta Italia, anche il Varesotto non fa eccezione: la curva dei contagi da Covid-19 continua a salire, superando già il picco dell’ondata estiva, e nell’ultima settimana i casi sul territorio sono pressoché raddoppiati.
I dati forniti da ATS Insubria sono inequivocabili e, come li ha definiti il direttore sanitario Giuseppe Catanoso, “non particolarmente belli”: su 53.114 tamponi eseguiti fra il 12 e il 18 novembre sono stati 1000 quelli appartenenti ai nuovi positivi (settimana scorsa erano 531). Un numero che ha portato la percentuale di positività all’1,9% e l’incidenza dei positivi per 100mila abitanti a 112,04.
Mentre l’indice RDt si è temporaneamente assestato intorno all’1,5 – segno che l’epidemia si trova ancora in espansione – in quest’ultima settimana si sono ridotti i casi tra gli over 75 mentre restano prevalenti nelle fasce di età “centrali” (25-49, 50-64 e 65-74) e in quella dei bambini e ragazzi sotto i 12 anni. Risulta invece la meno colpita dal virus la fascia dei 12-24enni e ciò è dovuto, molto probabilmente, alla grande risposta alla campagna vaccinale dimostrata dai giovani in questi mesi.
Nonostante questi numeri in crescita, rimane comunque ben evidente lo stacco con la situazione dei mesi autunnali del 2020 che, soprattutto per quanto riguarda i numeri degli ospedalizzati, lascia ancora un certo margine di tranquillità per il carico di questa quarta ondata sulle strutture sanitarie.
Ma ci sono differenze tra vaccinati e non vaccinati? A livello di ricoveri, in questo momento si sta assistendo a una sorta di parità tra chi ha completato il ciclo vaccinale e chi non ha ricevuto nemmeno una dose (questi ultimi, in proporzione risultano comunque maggioritari rispetto ai primi) per quanto riguarda i degenti in area medica, come hanno spiegato da ATS Insubria, mentre nelle terapie intensive – questo è un dato a livello regionale – sono presenti in pratica solo pazienti non vaccinati. C’è da sottolineare, come evidenziato dai vertici dell’Agenzia di Tutela della Salute, che molte delle persone che si trovano in ospedale, positive, sono anziane e con comorbidità, spesso ricoverate per motivi diversi dal Covid-19 e intercettate come contagiate grazie a un tampone.
Oltre a ciò, il rapporto tra l’incidenza della Sars-CoV2 nei soggetti vaccinati e non è sceso a 2,78 con un’età mediana, nel primo caso, di 54 anni e nel secondo di 17 (complice la diffusione del virus tra i giovanissimi).
Questo, però, non significa che la campagna vaccinale non stia funzionando: come aveva affermato già qualche mese fa Massimo Clementi, professore ordinario di Microbiologia e Virologia all’Università Vita-Salute San Raffaele e Direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, si assiste ora a una sorta di “paradosso” per cui il numero dei contagi individuati tra i vaccinati e tra coloro che non lo sono è simile se non addirittura maggiore nel primo caso. Un paradosso, ma solo apparente: “Del resto – ha spiegato Clementi – se vaccinassimo tutta la popolazione, avremmo solo già vaccinati tra i positivi al coronavirus. Lungi dall’essere una cattiva notizia, sarebbe la vittoria finale contro il virus, visto che grazie ai vaccini questi casi sarebbero comunque pochissimi rispetto a quelli che si avrebbero altrimenti e quasi sempre asintomatici o paucisintomatici. I numeri ci dicono anche che chi è vaccinato, pur contraendo il virus, ha una ridotta probabilità di trasmetterlo a sua volta”.
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