Varese | 3 Novembre 2021

Laveno, umiliata dal patrigno perché sovrappeso e vittima di abusi: tre persone a processo

L'uomo e sua madre devono rispondere delle vessazioni inflitte per anni ad una ragazzina. Il padre biologico è invece accusato di violenza sessuale

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Agli occhi dei concittadini apparivano come una coppia qualsiasi. Partecipavano a gite ed iniziative sociali, ma all’interno delle mura domestiche si consumava il loro dramma quotidiano, fatto di litigi continui e di vessazioni patite da una delle due figlie che la donna aveva avuto da un precedente rapporto.

Si era trasferita a Laveno per archiviare il passato e ricominciare da zero, sposando un cinquantenne che oggi è accusato di maltrattamenti, insieme alla madre di settantuno anni. Dall’appartamento di un condominio posto di fronte al loro, una vicina sentiva e vedeva tutto; d’estate, poi, con le finestre spalancate, la situazione era ancora più oscena: bestemmie, insulti, urla, schiaffi.

Tutto a carico di quella che all’epoca era poco più di una bambina e veniva etichettata dal patrigno come una fallita perché sovrappeso, una scansafatiche e una disobbediente, particolare quest’ultimo che mandava l’uomo e sua madre su tutte le furie. Stando alle testimonianze di diversi vicini di casa, bastava che la ragazzina – dodicenne all’epoca dei fatti, nel 2016 – si rifiutasse di apparecchiare o lavare i piatti e in casa volavano le sedie. Carabinieri ed ambulanza giungevano spesso sul posto, scongiurando ulteriori sviluppi.

Gli unici momenti di pace e relativo equilibrio nascevano dalla presenza di una educatrice, inviata a domicilio dagli assistenti sociali già nel 2012, ancora prima che la madre delle due bambine (gli episodi di violenza riguardano solo la figlia più grande) si trasferisse sul lago Maggiore per dimenticare una relazione turbolenta, che è ora riemersa con forza, a distanza di anni, nell’ambito del procedimento penale in corso presso il tribunale di Varese.

Anche l’ex compagno della donna, infatti, è coinvolto nel processo. Con una accusa ancora più grave, quella di violenza sessuale. Il fatto sarebbe avvenuto quando la bambina aveva solo due anni, ma i contorni di quel momento non sono ben definiti. Nel 2018, tra depressione, crisi d’ansia, accessi ripetuti in pronto soccorso, la situazione precipita e la ragazzina viene affidata ad una comunità. Lì, ha spiegato una delle terapeute in aula davanti al collegio presieduto dal giudice Cesare Tacconi, la minore si apre, cerca di socializzare e un giorno, stimolata da un colloquio con la mamma, inizia un racconto.

Un racconto che però aveva già sentito dalla madre stessa – ha specificato la testimone – ripetendolo poi in maniera confusa, senza poter fare affidamento su ricordi personali riguardanti un trauma vissuto in prima persona. Nel 2007 la madre si reca in ospedale con la figlia dopo aver notato una macchia scura sulle mutande della bambina. Teme che possa aver subito una violenza. Il marito, racconterà, aveva comportamenti ambigui quando si trovava sul letto con la minore, pur mantenendo un atteggiamento in apparenza giocoso. Quel giorno avrebbe usato una cannuccia attorno alle parti intime. Tuttavia gli esami eseguiti in ospedale, poche ore dopo, escludono la presenza di sangue e di lesioni.

La bambina, crescendo, resta legata al padre. Sa che in presenza dell’educatrice può telefonargli tranquillamente, nonostante gli ammonimenti della mamma: “Quell’uomo non è più niente per noi“. Davanti al nuovo compagno – l’odierno imputato – alza invece un muro; si rifiuta di prendere ordini, lui non è il papà. E poi ci sono gli insulti, c’è il disprezzo. E sono gesti che fanno male.

“La mamma era discontinua nei rapporti con le bambine, la gestione dei conflitti in casa era segnata dall’immaturità. Le bambine non avevano punti di riferimento. C’era rigidità quando non serviva e al contrario erano poche le regole nei momenti necessari”, ha aggiunto l’educatrice in aula durante l’ultima udienza, nel descrivere la quotidianità all’interno del nucleo familiare. Il dibattimento riprenderà a gennaio.

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