Trovò il marito sul divano, circondato da carabinieri e sanitari, al rientro a casa dopo una giornata segnata dai litigi con il consorte, e in quel frangente perse la testa. Iniziò ad inveire contro quegli sgraditi “ospiti” cercando, tra insulti e spinte, di liberare l’abitazione.
Per quel comportamento – era il gennaio del 2018 – una ragazza trentunenne all’epoca dei fatti è finita a processo presso il tribunale di Varese con l’accusa di oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. La coppia viveva a Montegrino e quel giorno aveva discusso pesantemente, tanto che i carabinieri di Luino, prima che la situazione degenerasse, erano già intervenuti a casa una prima volta.
Alla seconda uscita, poco dopo le 22, trovarono il compagno della ragazza sdraiato sul divano. Aveva tra le mani una tanica di candeggina e sembrava intenzionato ad ingerirne il contenuto. “Una simulazione” ha sottolineato in aula, durante l’ultima udienza, il pubblico ministero Davide Toscani, in riferimento a ciò che venne accertato successivamente in pronto soccorso a Varese, anche se quella scena – sommata a ciò che era già successo – obbligò il personale sanitario e i militari ad attivarsi per scongiurare una possibile intossicazione dell’uomo, e riportarlo alla lucidità. La scena che si trovarono davanti fu la stessa che mandò su tutte le furie la trentunenne, la quale non voleva che quelle persone si occupassero del marito.
“Uscite da casa mia, vi denuncio. Non valete niente, mi avete messo le mani addosso, vi rovino. Da domani non farete più i carabinieri”, urlò ai militari presenti in salotto. Gli operanti riuscirono a placare gli animi soltanto dopo un’ora, organizzando poi il trasporto dell’uomo in ospedale per accertamenti, riguardanti il possibile ingerimento della candeggina ma anche le conseguenze di un pugno sferrato contro un vetro, mentre attorno a lui volavano gli insulti e le minacce della convivente.
In rapporto a quelle parole, il pubblico ministero ha chiesto l’assoluzione della trentunenne dal reato di oltraggio. Non perché non le abbia pronunciate, ma perché “la condotta è avvenuta tra le mura di una abitazione e non in un luogo aperto al pubblico”. In altri termini, il fatto si è verificato in assenza delle condizioni necessarie alla configurazione del reato in oggetto. Appellandosi al medesimo principio, l’avvocato Oskar Canzoneri, difensore della donna, ha chiesto l’assoluzione anche per l’altro capo d’imputazione, ritenendo che nei momenti di maggior tensione, durante quella “difficile” serata, la donna non abbia ostacolato le manovre dei carabinieri.
Sempre per la resistenza, l’accusa ha invece chiesto sei mesi di reclusione. Richiesta accolta dal giudice Alessandra Sagone che ha comunicato l’esito del procedimento alla donna – detenuta per altra causa – attraverso un collegamento in videoconferenza con l’aula.
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