Luino | 9 Ottobre 2021

Donna deceduta nel trasferimento da Luino a Varese, “Mancava il rianimatore? Impossibile”

Fonti qualificate fanno chiarezza sulla gestione delle emergenze presso il nosocomio cittadino, dopo le forti dichiarazioni dell'avvocato Artoni

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La denuncia effettuata attraverso l’avvocato Furio Artoni dai parenti della donna di settantaquattro anni deceduta lo scorso 26 agosto, in seguito ad un trasferimento dall’ospedale di Luino all’ospedale di Circolo di Varese, ha aperto un intenso dibattito all’interno della comunità. Un dibattito incentrato sulla pubblicazione dei dettagli sulla base dei quali il legale ha chiesto alla magistratura di chiarire le cause del decesso della donna, formulando inoltre una richiesta di risarcimento direttamente all’Asst Sette Laghi.

Col passare dei giorni siamo riusciti a raccogliere ulteriori testimonianze sull’accaduto, confrontandoci con persone che hanno chiesto di mantenere l’anonimato e che allo stesso tempo si sono sentite in dovere di intervenire pubblicamente per fare chiarezza su alcuni aspetti legati in parte alla tragica vicenda, ma più in generale relativi al funzionamento e all’attivazione di certe modalità di intervento, alla luce delle forti affermazioni dell’avvocato Artoni che nella denuncia – depositata presso la Procura di Varese – descrive presunti ritardi nella gestione di una paziente in gravi condizioni, e fa riferimento alla mancanza di fondamentali figure professionali.

In assenza di una presa di posizione ufficiale da parte dell’azienda socio sanitaria, abbiamo ritenuto doveroso dare spazio anche a queste testimonianze, nell’interesse dei lettori e dunque dei luinesi, guardando alla necessità di garantire il giusto equilibrio nel delicato giudizio circa il funzionamento della struttura sanitaria cittadina e l’efficienza con cui la salute delle persone viene tutelata al suo interno.

I fatti in questione, come è ormai noto, si sono verificati la sera del 26 agosto scorso. Poco dopo le 20, per la precisione alle ore 20.24, una donna di settantaquattro anni arriva in ambulanza al pronto soccorso di Luino, dove le viene diagnosticato un infarto miocardico acuto. Alle 21.30 circa la donna viene collocata su un’ambulanza, accompagnata dall’equipaggio di un’automedica, per essere trasferita all’ospedale di Circolo di Varese. Durante il tragitto le sue condizioni si aggravano e viene quindi intubata. Raggiunge il nosocomio di Varese in condizioni critiche e alle 22.35 viene dichiarato il suo decesso.

“Di sicuro siamo di fronte ad una carenza di personale gravissima”, ha affermato nei giorni scorsi l’avvocato Furio Artoni nel motivare la propria richiesta di un chiarimento sulle cause del decesso attraverso un’indagine della magistratura; cause che secondo il legale sarebbero attribuibili in parte al mancato trasporto in elisoccorso della paziente, e in parte anche alla mancata assistenza da parte di un anestesista rianimatore. Circostanza quest’ultima impossibile, stando alle indicazioni raccolte da Luino Notizie tramite fonti qualificate che conoscono le modalità di intervento, presso il nosocomio luinese, per casi come quello in oggetto.

Circa il ruolo dell’anestesista rianimatore, le stesse fonti sottolineano che la sua presenza in ospedale a Luino è garantita h24. Una presenza che ha a che fare con la quotidiana attività della struttura ma allo stesso tempo, se rapportata alla gestione delle emergenze, richiama alle mente avvenimenti e situazioni riguardanti il passato dell’ospedale di via Forlanini. Tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila l’assenza di questa figura, dovuta a carenze strutturali, venne associata ad episodi drammatici di corse contro il tempo per salvare vite umane nei trasferimenti da Luino a Varese o in altre città. E non sempre la sorte è stata clemente.

Un’epoca archiviata, sotto questo profilo, con l’ottenimento della figura fissa in servizio: un riferimento per reparti, pronto soccorso e sala operatoria. Qui l’anestesista rianimatore è presente sulla base di un meccanismo di turnazione che garantisce la sua immediata disponibilità e, di conseguenza, il ricorso ad un collega reperibile nel caso in cui il rianimatore debba lasciare l’ospedale per un trasferimento o abbia necessità di presenziare in sala operatoria: prima di potersi muovere, il suo sostituto deve subentrare a “coprire” la posizione.

Ecco perché di norma il rianimatore non lascia la struttura, cosa che non è avvenuta nemmeno la notte dei fatti che hanno portato poi al tragico decesso della paziente. Ma per un motivo ben diverso dalla mancanza di personale in servizio. Secondo la testimonianza raccolta da Luino Notizie, la paziente sarebbe stata visitata e sottoposta a terapia specifica presso l’ospedale di via Forlanini, luogo da cui è poi partita la richiesta di una automedica, giunta in città da Varese a causa dell’indisponibilità dell’automedica associata a Luino e dell’elisoccorso. Entrambi i mezzi in quel momento si trovavano fuori per altri interventi.

La scelta di ricorrere ad una seconda automedica con rianimatore a bordo rientrerebbe dunque nell’insieme di decisioni a cui si fa generalmente ricorso in presenza di diagnosi gravi (come è il caso di un infarto miocardico acuto) per attivare la migliore assistenza nel minor tempo possibile. In altre parole, tornando ai fatti di quella sera di fine agosto, la richiesta di un’automedica per fare arrivare sul posto gli operatori con tutta la strumentazione necessaria ad organizzare lo spostamento in ambulanza, ha consentito al personale luinese di guadagnare tempo importante; un tempo che sarebbe aumentato in maniera considerevole nell’attesa di un secondo rianimatore anestesista reperibile e proveniente da fuori.

Un ulteriore particolare degno di nota emerge dalla testimonianza che abbiamo raccolto: dall’arrivo della paziente in ospedale a Luino al momento del trasferimento a Varese, è trascorsa un’ora esatta, come ha peraltro sottolineato il legale dei parenti della donna. Un tempo ragionevole, ci è stato assicurato, rispetto alla media del nosocomio luinese per questo genere di casi.

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