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Valganna | 5 Luglio 2021

Valganna: la storia di Gemolo, l’81enne che dopo tre mesi sconfigge il Covid e torna a casa

Una testimonianza profonda, con una grande famiglia alle spalle. L'81enne: "Spero di poter tornare presto a usare il decespugliatore e a tifare allo Juventus Stadium"

Tempo medio di lettura: 4 minuti

Sconfiggere il Covid, dopo esser stato ricoverato all’ospedale di Circolo di Varese, aver indossato il casco per oltre un mese e mezzo e aver trascorso momenti difficili, ma senza mai aver paura di morire. È questo quello che è successo all’81enne Gemolo De Grandi, residente in Valganna.

Quella di Gemolo è una storia iniziata sul divano della sua abitazione quando, lo scorso 13 gennaio, non si è sentito bene: qualche linea di febbre e 78 di saturazione. Così, dopo aver chiamato le figlie e la dottoressa di fiducia, il trasferimento in ambulanza all’ospedale varesino.

Tre ore seduto su una poltrona del salone del pronto soccorso, con l’ossigeno, ma nessun segnale positivo, anzi accompagnato da pensieri che erano tutto fuorché rassicuranti. Una notte trascorsa lì, con il tempo che non passava e la paura che cominciava a crescere. La mattina dopo, il 14 gennaio, il ricovero all’interno del secondo piano Covid, nel reparto di pneumologia, dove, appena arrivato, il signor Gemolo ha cominciato ad indossare il casco, senza sapere quando lo avrebbe tirato via.

“Sono state tante le raccomandazioni che i medici e le dottoresse mi hanno fatto – racconta Gemolo -, dicendomi che non lo avrei dovuto mai togliere. L’ho indossato un mese e mezzo intero, togliendolo solo per mangiare. Sì, me la sono vista brutta (afferma sorridendo, ndr), ma grazie al personale del reparto tutto è andato per il verso giusto. Con grande forza e pazienza sono riuscito a superare questa terribile malattia“.

Il periodo vissuto in ospedale è stato difficoltoso, soprattutto quando, una notte, i dottori si sono avvicinati al suo letto. “Non ricordo bene, penso fossero le 3 di notte – confessa l’81enne -. Mi dicevano di stare tranquillo, ma successivamente ho scoperto che avevo in corso un’embolia polmonare. Per fortuna sono intervenuti in tempo. In tutto questo periodo, però, non ho mai avuto paura di morire, avevo tanta fame, spesso, a causa del cortisone, quello sì”.

Un grande aiuto per sconfiggere il Covid è arrivato dall’ospedale di Padova, grazie alla dottoressa Mariangela Lattanzio che ha consigliato una terapia con uno specifico antibiotico, grazie al quale sono arrivati i primi miglioramenti, ma solo dopo alcune settimane di paura.

A mancare a Gemolo, durante la degenza, era tutta la famiglia e… anche la Juventus. L’81enne, infatti, è un grandissimo tifoso bianconero e subito dopo esser stato ricoverato, grazie alla collaborazione di qualche infermiere, è riuscito ad installare tutte le applicazioni tv sul tablet, che gli hanno permesso di guardare sia la Serie A che la Champions League, anche se purtroppo per lui, i risultati quest’anno non sono stati soddisfacenti.

Archiviato il calcio, Gemolo è riuscito a sconfiggere il Covid non solo grazie ai medici e agli infermieri del Circolo, ma anche grazie alla vicinanza della sua famiglia: la moglie Cesira, le figlie Maria, Betty ed Emilia, i nipoti, i pronipoti, gli amici di una vita, don Angelo e, letteralmente, tutta la Valganna. “Ogni giorno, grazie allo smartphone, aggiornavo il gruppo di famiglia, che abbiamo su WhatsApp, sulle mie condizioni di salute e su tutto quello che mangiavo – continua l’81enne -. Facevamo videochiamate e ci inviavamo messaggi”.

Grande commozione da parte delle figlie: “Papà era via e combatteva in ospedale da solo. Nostra mamma, invece, invalida da anni, è dovuta stare tre settimane da sola. Noi le portavamo la spesa e la salutavamo, vedendola dalla finestra grazie ad una scala. Non siamo mai entrato in contatto con lei. Vogliamo porgere i nostri complimenti al dottor Cerruti e ringraziarlo, ci ha dato tutti i consigli utili per evitare qualsiasi tipo di focolaio”.

Emozionante per Gemolo anche il giorno delle dimissioni, quando ha lasciato il Circolo. “Ricordo il corridoio – racconta commosso l’81enne -, che era gremito di medici e infermieri. Mi battevano le mani ed esultavano con me, dicendomi di tornare a trovarli prima o poi. È stato molto particolare quel giorno, una liberazione. Sono arrivato alle Terrazze di Cunardo per la convalescenza il 13 marzo e tornare a vedere la montagna di casa (quella della Valganna, ndr), mi ha dato ancora più forza”. Dopo tre mesi il ritorno a casa, tra l’affetto della moglie e dei suoi cari.

“Vorrei ringraziare tutti, infermieri ed infermiere, dottori e dottoresse – afferma ancora il signor Gemolo -: la dottoressa Marelli, il dottor Feci, il dottor Ermolli, il dottor Cecchetto, il dottor Noto e il dottor De Marchi, senza dimenticare le fisioterapiste Laura, Oletta, Jessica ed Anna Chiara. Un ringraziamento particolare, però, vorrei farlo anche a tutti quelli che hanno combattuto con me il Covid. Alcuni lo hanno sconfitto, altri purtroppo no, non ce l’hanno fatta. Ma farsi forza a vicenda e riuscire ad avere uno spirito ottimista e a sostenersi è stato davvero significativo”.

Una componente importante, a livello famigliare, è stata la fede: “Siamo convinti che Gesù ci abbia aiutato, ci è successa una cosa particolare – commenta Maria, una delle tre figlie -. Da sempre la nostra famiglia si è affidata a Santa Rita di Roggiano, abbiamo una particolare devozione. Dovremo incontrare il parroco di Mesenzana perché abbiamo ricevuto segnali di positività e amore che ancora oggi non riusciamo a spiegarci”.

“Penso che questa mia storia – conclude Gemolo -, assomigli molto alla favola ‘Il Leone e la Farfalla’, che vi invito a leggere. Volevo rendere nota questa storia per far capire a tutti che, nonostante la pandemia si stia affievolendo, con il virus non bisogna scherzare. Lo dico soprattutto ai più giovani. Non auguro a nessuno di prendere il Covid, è indescrivibile quello che ho passato io. Ho ancora le gambe deboli, per questo vi dico che chi non si vaccina si sbaglia. Io oggi sono contento, ma vorrei star meglio e usare il decespugliatore, andare a pescare e a cacciare come facevo prima della pandemia, ma anche tornare allo Juventus Stadium”.

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