Questa emergenza ha cambiato il nostro modo di vivere la quotidianità, ma anche il nostro modo di vivere il volontariato. Grazie all’aiuto della volontaria della Croce Rossa di Luino e Valli, Patrizia Martino, componente del nostro team redazionale, periodicamente verranno pubblicate testimonianze da parte di alcuni operatori, nei vari settori di intervento in questa emergenza Covid-19.
“L’obiettivo è far indossare indirettamente la nostra divisa a tutta la nostra comunità – commenta Pierfrancesco Buchi, Presidente della Croce Rossa di Luino e Valli -. Far quindi immedesimare la popolazione nei nostri operatori del soccorso, far vivere l’emozione del dono nella consegna di un pacco conforto ad una famiglia in difficoltà o nell’aiuto ad un anziano nel fare la spesa, ma anche il capire cosa c’è dietro all’organizzazione di un presidio tamponi o comprendere il disagio di chi all’improvviso si è dovuto isolare in casa senza più poter fare volontariato”.
“Conoscere e vivere la Croce Rossa tramite le testimonianza sul campo dei nostri operatori è importante per vivere quanta passione, impegno e sacrificio c’è dietro la nostra divisa ed il nostro emblema”, conclude Buchi.
La prima testimonianza, raccolta da Patrizia Martino, è di Stefano Pasta, in CRI dal 2003, soccorritore in ambulanza dal 2009. Operatore dei soccorsi speciali corpo di salvataggio in acqua dal 2006 e dal 2018 istruttore. E’ stato componente del Consiglio Direttivo del Comitato di Luino nel mandato 2016-2020 ed ora è coordinatore di tutte le attività di soccorso in ambulanza e 118.
Quando è la passione alla base delle nostre azioni, si può affrontare tutto con coraggio e determinazione anche nei momenti più difficili. Un anno fa, quando la pandemia incominciava a diffondersi, si avevano poche informazioni e le zone interessate erano relativamente distanti.
Stefano Pasta, responsabile delle attività di soccorso in ambulanza del Comitato Cri di Luino e Valli, ricorda quei terribili momenti. “Pur tenendo alta l’attenzione e rimanendo vigili – racconta – si pensava che l’emergenza potesse essere contenuta entro una zona circoscritta”.
Invece tutto è avvenuto con estrema rapidità e i casi di richiesta di soccorso sono giunti prima ancora che venissero date informazioni sufficienti per affrontare l’emergenza in modo ben organizzato.
“Ci sembrava di essere stati catapultati in una nuova dimensione – prosegue Stefano nel racconto di quei primi giorni – Quando ho dovuto indossare per la prima volta lo scafandro di protezione, mi sono reso conto di quanto fosse reale la gravità della situazione. Non avevamo ancora gli strumenti adeguati per proteggerci con sicurezza dal virus: le mascherine scarseggiavano, le informazioni arrivavano in modo convulso e a volte si faceva veramente fatica ad assemblarle in modo da poter avere una visione sufficientemente chiara”.
“Utilizzavamo – ricorda Stefano – del nastro isolante per fissare ai polsi e alle caviglie, in modo ermetico, la tuta. C’era il timore di non eseguire in modo adeguato l’operazione”.
“La paura era tanta – ci dice – ma non c’era tempo per ascoltarla. Il telefono squillava continuamente. Erano tutte chiamate da codice rosso. Dovevamo occuparci di chi stava male e aveva bisogno di noi. Non potevamo occuparci delle nostre preoccupazioni, dovevamo essere pronti e forti per affrontare l’emergenza nel modo più efficiente e rapido possibile”.
Malgrado la confusione dei primi momenti, la centrale regionale ha subito attivato una serie di protocolli e di servizi che, pur trovando via via nuovi spunti per rispondere in modo sempre più mirato alle richieste, ha comunque assicurato agli operatori del servizio emergenza CRI un valido punto di riferimento. E’ stato subito approntato un servizio interno di assistenza psicologica a cui rivolgersi per avere un supporto.
“Infatti – ci spiega Stefano – durante il servizio si continuava a lavorare in modo sicuro e determinato. C’era bisogno di rassicurare gli ammalati e sapevamo che il nostro atteggiamento era importante per infondere coraggio e per non lasciarsi andare al panico, il che avrebbe notevolmente peggiorato la situazione. Una volta terminato il servizio, però, quando potevamo rientrare nel nostro privato, spesso l’ansia emergeva con forza, la cosa era significativa soprattutto per i volontari, meno allenati a situazioni di forte stress. Aver avuto un servizio di supporto è stato fondamentale”.
Intensa attività anche nel regionale, da dove il dottor Riccardo Giudici, direttore sanitario regionale, inviava i protocolli, via via aggiornati secondo le ultime disposizioni. L’equipaggio che esce per il servizio è ridotto, per mantenere la massima protezione e le procedure di sanificazione del mezzo e degli attrezzi sono estremamente accurate.
Le chiamate per sospetta diagnosi Covid-19 hanno avuto un andamento ad onda. A fasi di picco, soprattutto nella prima ondata, sono seguite fasi meno intense, come quella della scorsa estate, che rilevava una diminuzione dei casi, per poi impennarsi nuovamente all’inizio dell’autunno.
Ora siamo ormai collaudati, ma il rischio di contagio ci deve far tener alta la guardia. Confidiamo nella vaccinazione, per poter abbassare definitivamente le richieste.
“C’è da rilevare – conclude Stefano – che le richieste di soccorso sono state quasi tutte per sospetto Covid, i casi ordinari sono drasticamente diminuiti, anche per timore di un possibile contagio nelle strutture ospedaliere”.
Purtroppo però non sono scomparsi e quindi tornare alla normalità può significare anche avere la possibilità di essere soccorsi e curati anche per quelle patologie che oggi rimangono in attesa dentro casa.
Patrizia Martino,
componente team redazionale CRI Luino e Valli
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