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Varese | 12 Marzo 2021

Covid, Insubria: “Variante brasiliana e sudafricana sotto controllo”

Ancora pochi casi accertati tra Varese e Como, dove la tipologia inglese rappresenta il 42% delle mutazioni. Spiccano (ma non preoccupano) le varianti "sconosciute"

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A margine della vaccinazione di massa attuata a Viggiù, Ats Insubria fa il punto sulla situazione delle varianti nelle province di Varese e Como.

Una situazione che, dopo i tristi primati a livello nazionale con i casi riconducibili alle varianti provenienti dal sud America e dall’Africa, sembra essersi stabilizzata. Entrambi i territori nonostante il focolaio nel paese della Valceresio e l’elevato numero di casi per 100 mila abitanti nelle principali città del Comasco (negli ultimi sette giorni è stata superata quota 300), al momento non presentano contesti allarmanti sotto questo profilo.

Da una parte la variante inglese ha cambiato il quadro epidemiologico della malattia, diffondendo in maniera più consistente il contagio tra i giovani e gli studenti, e contribuendo di conseguenza ad abbassare l’età media dei nuovi positivi, con i casi (il 42% nell’ambito delle varianti) che si stanno gradualmente sostituendo alla tipologia Wuhan (ora al 31%); dall’altra, tuttavia, le preoccupazioni per la mutazione brasiliana e per quella sudafricana non si sono tradotte, fino a qui, in situazioni di pericolo. Nel primo caso gli episodi identificati sono soltanto 6 (il 3% del totale), nel secondo all’identificazione del primo soggetto positivo, al rientro da un viaggio a inizio febbraio, non sono seguite ulteriori segnalazioni, circostanza che ha confermato l’efficacia del tempestivo isolamento della persona che aveva contratto il virus e dei suoi familiari più stretti.

Un’ultima annotazione riguarda le varianti “sconosciute”. Sono in totale 55 (il 24%) e la loro presenza è determinata dalle caratteristiche del Covid, “un virus che per natura – spiega il dottor Giuseppe Catanoso, direttore sanitario di Ats Insubria – tende a commettere ‘errori’ durante le sue fasi di replicazioni e sviluppo. Questo è il processo che porta alle mutazioni che nella maggior parte dei casi risultano però fallimentari e difficilmente costituiscono un problema dal punto di vista della sanità pubblica. Raramente il virus diventa più contagioso, fino a sostituirsi a quello originale. La maggior contagiosità, però, non basta da sola a definire il miglior terreno di sviluppo e diffusione del virus, che si presenta quando al fattore contagio è associata una bassa letalità. Questo parametro – conclude il dottor Catanoso – quando si alza crea a noi maggiore sofferenza, ma allo stesso tempo sottrae al virus lo spazio per diffondersi“.

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