“Sei favorevole al divieto della copertura totale viso?“. Al quesito posto in questi termini, il 51,2% degli elettori svizzeri ha risposto positivamente, determinando il successo – seppur con un margine ristretto – della iniziativa referendaria promossa dall’Unione Democratica di Centro.
Dietro la genericità della proposta che ha portato ieri alle urne i cittadini dei ventisei cantoni della Confederazione elvetica vi era però un obiettivo ben preciso, raffigurato nei manifesti esposti tra le vie delle città durante la campagna promossa dal partito sovranista che detiene attualmente la maggioranza in Parlamento. Un obiettivo collocato accanto alla scritta “stop all’Islam radicale“.
Niente più burqa e niente più niqab, che rispetto ai copricapi da bandire mediante la consultazione, comparivano tra le priorità in un elenco poi composto anche da passamontagna e bandane, per un mix di intenti che spazia dalla prevenzione degli atti terroristici e delle azioni criminali, alla maggiore efficienza degli strumenti finalizzati all’identificazione dei facinorosi delle piazze e degli esagitati da stadio, fino ad arrivare all’islamofobia.
La legge, una volta in vigore, non inciderà sulle iniziative legate ad usanze locali e feste, né sulle funzioni religiose all’interno dei luoghi di culto. La lista delle eccezioni non include però il turismo.
Il successo del referendum estende a livello federale una misura già approvata in Ticino nel 2016 e due anni dopo nel Canton San Gallo. Il governo svizzero, prima dell’apertura delle urne, aveva espresso la propria contrarietà all’iniziativa, giudicando eccessiva una modifica costituzionale in rapporto alla materia. Modifica che ha invece convinto non soltanto i sostenitori della destra conservatrice, ma anche i movimenti femministi e l’elettorato progressista. Il “sì” si è imposto in venti cantoni su ventisei.
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