Varese | 9 Febbraio 2021

Pandemia e imprese: resilienza, investimenti, ricerca di stabilità. La situazione in provincia

Univa apre la conferenza di inizio anno con una panoramica sul fattore Covid rapportato all'economia e alle sfide del Recovery. Grassi: "Aziende, un argine sociale"

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Qual è lo stato di salute dell’industria varesina dopo un anno di pandemia? L’interrogativo ha assorbito interamente lo spazio di confronto durante la tradizionale conferenza di inizio anno di Univa, l’Unione degli industriali della provincia di Varese.

La straordinarietà del contesto che sta mettendo a dura prova il sistema produttivo locale, è descritta in maniera impeccabile dai numeri riguardanti l’attività (e l’inattività) degli ultimi dodici mesi, segnati dal profondo e multiforme impatto del coronavirus sulle imprese.

Dopo un anno e due ondate di Covid (con relative paralisi dei sistemi di produzione e delle vendite) il consumo energetico industriale ha subìto una frenata corrispondente al -10% rispetto al 2019. Ma questo è soltanto il primo indicatore dello stato di crisi. Quasi identica l’entità del calo nell’utilizzo degli impianti industriali (-9%). Il tutto si traduce in un ulteriore segno negativo posto davanti al parametro più critico – anche per le sue implicazioni sociali -, il fatturato: -20% per il settore moda, -11% per quello metalmeccanico e per il settore della gomma plastica, -8% per il chimico e per la chimica industriale. La cassa integrazione ha raggiunto le 53 milioni di ore, otto volte il dato del 2019.

Il capitolo dei consumi è indice della spietatezza del virus e riflette l’accorpamento di norme di emergenza messe a punto per arginarlo. Norme che in molti contesti, lungo il delicato asse dell’inevitabile rapporto di convivenza tra interesse economico e sanitario, hanno finito per accentuare la soffocante morsa del virus. Bloccato il sistema dei trasporti – con servizi connessi -, così come il mondo della cultura e degli spettacoli e quello delle strutture ricettive: il 21% del “paniere” relativo alle spese delle famiglie. Fortemente ridimensionato il mercato dei mobili, quello dei servizi per la casa, dell’abbigliamento, dell’istruzione: il 19% del peso complessivo. L’accesso ai consumi alimentari e ai servizi inerenti la cura della casa (53%) è ovviamente rimasto invariato. Quello ai presidi farmaceutici, internet, telefonia e computer (6,9%) – tenendo presente l’insieme dei provvedimenti in tema di “smart working” – è invece aumentato.

Il mercato estero, cruciale per l’imprenditoria della provincia, ha subìto una flessione del 13%. Il dato sui flussi di export è negativo per il secondo anno ed è motivato, oltre che dal Covid, da aspetti complementari di mercato, quali l’entrata a regime della Brexit (il Regno Unito è il quarto partner commerciale estero a livello provinciale) e una serie di nuovi accordi mirati a favorire il mercato interno del continente asiatico, ricco di altri fondamentali partner.

Lo scenario tuttavia non è completamente avvolto nell’oscurità e l’ultimo trimestre del 2020 ha segnato una parziale ripresa del comparto di produzione. Il monitoraggio di Univa, inoltre, porta in superficie positive ed incoraggianti conferme. La pandemia non ha ridotto l’attitudine ad investire. Una indagine condotta dall’ufficio studi dell’ente su 138 imprese (per un totale di 12.392 dipendenti) ha fatto emergere un quadro di continuità sul 2020 per il 62% delle aziende prese a campione. Identica la percentuale di chi ha manifestato l’intenzione di programmare investimenti nel 2021 (l’80% lo fa in continuità). In cosa si investe esattamente? In opere di sostituzione ed ammodernamento (66%), in ampliamento della capacità produttiva (39%), adeguamento degli spazi di azienda (31%) ma anche in ricerca e brevetti (31%). La metà delle imprese, infine, ha proiettato il proprio sguardo (e le proprie risorse) sulle opportunità di crescita legate alla digitalizzazione: sicurezza informatica, realizzazione del prodotto, erogazione dei servizi, clienti, logistica e acquisti.

“Stiamo resistendo, le nostre imprese stanno facendo da argine sociale alla pandemia – ha commentato il presidente di Univa Roberto Grassi -. Assieme alla resistenza c’è però il tema del cambiamento. Tutte le attività stanno cercando di adattarsi in modo flessibile al nuovo contesto, e lo stanno facendo a suon di investimenti. La somma di questi due elementi fornisce la resilienza di imprenditori e lavoratori del territorio. Tutto si sta trasformando – ha poi aggiunto Grassi – tranne la politica che ha deciso di stupirci in modo negativo, non solo a livello nazionale. Le istituzioni, mai come oggi, hanno perso il contatto con la realtà e con il paese. Auspichiamo che l’intero arco parlamentare appoggi il progetto del presidente della Repubblica di affidare il governo ad una figura di alto profilo come il professor Mario Draghi. Abbiamo bisogno di stabilità per affrontare le sfide che ci aspettano”.

E a proposito di sfide, una su tutte compare come priorità nell’agenda di Univa, in capo ai punti concernenti le proposte concrete per il rilancio (investimenti nei percorsi post diploma degli ITS, vere e proprie “fabbriche occupazionali”, decontribuzioni e agevolazioni per assumere, più politiche attive e CIGO universale) e le preoccupazioni (una su tutte, la scadenza del blocco dei licenziamenti, fissata per la fine di marzo). Si chiama Recovery fund e la sua centralità non riguarda soltanto la portata storica della cascata di fondi Ue (più di duecento miliardi tra sussidi e prestiti) per la ripartenza post pandemia, ma anche e soprattutto la cronica inefficienza dell’Italia quando si tratta di far fruttare i capitali comunitari.

Ogni anno il nostro paese spreca il 60% di risorse messe a disposizione dall’Unione, e impiega in media quindici anni a convertire in traguardi tangibili gli investimenti sopra i 100 milioni di euro. Il presidente di Univa Roberto Grassi ha chiuso i lavori della conferenza con un interrogativo che ad oggi suona più come un avvertimento: “Saremo in grado di spendere i soldi del Recovery fund entro il 2026?“.

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