Milano | 8 Novembre 2020

Valentina, infermiera luinese, racconta gli sguardi di paura dei pazienti Covid al Niguarda

Una testimonianza toccante, che dimostra ancora una volta quanto sia infimo questo virus. "Quello che fa più male sono gli occhi impauriti di quelli che curiamo"

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Valentina Dalla Costa, luinese doc, da dieci anni è infermiera all’ospedale Niguarda di Milano, una tra le strutture più rinomate di tutta Regione Lombardia, il più antico e allo stesso tempo moderno di tutta l’area metropolitana, grazie ai numerosi HUB specialistici, presenti al suo interno, al servizio di tutta la comunità.

La 37enne infermiera luinese, soprattutto in questo periodo, è in prima fila per curare e accudire i malati Covid, lavorando quotidianamente presso il pronto soccorso del Niguarda, dove in tutti questi anni ha conosciuto tanti colleghi che per lei sono diventati una seconda famiglia.

Da marzo, però, lei e i suoi colleghi stanno vivendo ogni giorno a contatto con il Covid-19, con un virus che sta contagiando milioni di persone in tutto il mondo e, purtroppo, sta causando anche migliaia e migliaia di vittime. Ormai, infatti, le persone che necessitano altre cure hanno paura di andare in ospedale e contrarre il virus, piano piano stanno sparendo, e gli accessi sono riservati solo per i casi più gravi.

“Rispetto a marzo – commenta Valentina Dalla Costa – siamo pieni sia nella parte sporca, dove ci sono positivi, sia in quella pulita. È una doppia fatica. Nonostante questo, però, c’è un’organizzazione diversa e il Niguarda è un centro nevralgico rispetto a tutti gli altri ospedali minori. Abbiamo un HUB per tutto e per questo trattiamo qualsiasi emergenza e patologia. Ora con la situazione Covid questo concetto è esponenziale, gli sforzi sono continui, non solo i nostri in ospedale ma anche quelli dei soccorritori in tutto il territorio. Indossare doppi guanti, occhiali, cuffie, mascherine, dispositivi di protezione, sono dei limiti fisici che rendono complesso il lavoro”.

Le differenze tra prima e seconda ondata, però, sono evidenti. “A marzo ci è caduta una montagna addosso – continua l’infermiera luinese -. Non conoscevamo nulla, eravamo impreparati. Lentamente ci siamo formati, anche grazie a tutte le informazioni, alle mail, al cambio di piani servizi su cosa fare, a chi fare e come farlo. Eravamo in un vortice costante di indicazioni, come i pesci fuor d’acqua. Nel pomeriggio venivano modificate le disposizioni che ci venivano date di mattina. Eravamo spiazzati, con una grande paura di ammalarci, di far male il nostro lavoro e, concedetemelo, di guardare in faccia i nostri pazienti”.

Ed è proprio questo, forse, l’aspetto più drammatico del Covid. “Nessuno può spiegare a parole cosa significa guardare gli sguardi di persone terrorizzate che intubavamo, senza sapere cosa potesse accadere loro. Nonostante le mascherine, gli occhiali e i dispositivi, gli occhi impauriti di persone fragili, anziani, ma anche di 40enni e 50enni, mi rimarranno impressi tutta la vita. Ci guardavano in faccia ed erano terrorizzati, non riuscivano a respirare. Non lo nego, non mi vergogno. A volte, anche se in questi anni ne abbiamo viste tante, scendeva qualche lacrimuccia. Per fortuna le mascherine ‘coprivano’ un po’ il volto. Vivo sola a Milano, i miei e il mio compagno abitano a Luino, quindi di sera portavo a casa la tristezza e il malessere vissuto durante tutta la giornata”.

Da metà ottobre, però, il numero di positivi è cominciato a risalire e la seconda ondata è ripartita. “La situazione oggi è cambiata – avverte ancora Valentina -, ma il nemico resta sempre infimo. Non è un virus banale, anche se se ne sentono di ogni colore. Oggi, però, siamo un po’ più preparati psicologicamente, sia da un punto di vista gestionale sia da un punto di vista sanitario, con protocolli di trattamento più adeguati. Continuiamo a fare corsi di aggiornamento su pratiche di emergenza e sulla ventilazione non invasiva. Certo, non è facile avere a che fare con pazienti positivi e con il casco, in dinamiche che possono peggiorare da un momento all’altro. La soglia di attenzione rimane altissima e capita ci siano peggioramenti. In questi casi bisogna intubare improvvisamente e in alcune situazioni i pazienti sono svegli, lucidi e talvolta collaborano. Il cuore, però, come a marzo, si spezza guardando gli stessi sguardi, le stesse paure. Persone sole che non hanno al loro fianco la propria famiglia e i propri cari”.

Ed è proprio l’aspetto empatico e sentimentale ad essere quello maggiormente difficile da gestire. “Oltre al dover curare pazienti giovani, che in alcuni casi abbiamo visto aggravarsi – va avanti l’infermiera 37enne -, il fatto che siano coetanei ci preoccupa ancor più. Anche se indossiamo protezioni dobbiamo sempre stare attenti ad ogni movimento che facciamo e riflettere prima di toglierci un guanto, la mascherina o semplicemente prima di grattarci un occhio. Non è una condizione che facilita il lavoro. È difficile vedere le persone stare male, è dura dover mandare a casa mogli, mariti, figli, figlie, fidanzati e fidanzate di positivi, che rimangono senza i loro cari. Così come mi metto nei panni di chi deve portare a casa i pazienti contagiati non gravi. Immagino l’ansia che possano avere per un peggioramento o per l’attesa dell’esito di un tampone. Fortunatamente stiamo trovando sempre comprensione. Poche le gioie, ma quando vediamo i pazienti migliorare il nostro cuore si riempie di gioia e speranza. Allo stesso modo prevale la tristezza nei casi in cui la malattia peggiora e talvolta porta al decesso”.

Capitolo a parte, invece, è quello delle persone che negano la presenza del Covid oppure che condividono notizie false sui social network, dove circolano video in cui dimostrano quanto i pronto soccorso siano deserti. “Certamente sono vuoti i pronto soccorso – va avanti Valentina -. Entrano dalla parte pulita, in quella ‘sbagliata’. I pazienti non vengono lasciati nella hall normalmente, figuriamoci se si tratta di pazienti positivi. Ci sono degli spazi dedicati, e li posizioniamo lì, garantendo il miglior confort possibile per loro. Vedere questa rabbia e questa mancanza di fiducia dalle stesse persone che ci chiamavano eroi a marzo è frustrante. Posso anche comprendere la crisi economica e le paure di ognuno di loro, ma noi infermieri e medici siamo lì a lavorare per curare tutti. Questo ci fa male. Tutti possono esprimere la propria opinione, ma poi bisognerebbe attenersi ai fatti. La piaga del Covid ha colpito tutto il mondo, per questo penso che chi non lo vive con i propri occhi non può capire. Allo stesso modo spero che queste persone non abbiano esperienze di questo tipo, che non abbiano parenti o amici ammalati. L’unica cosa che mi auguro è che possa esserci un po’ più di rispetto per i contagiati e per tutti gli operatori sanitari che ogni giorno mettono a rischio la loro vita”.

Voglio solo farvi capire che è fondamentale indossare mascherine ed evitare contatti ravvicinati, nel rispetto di sé stessi e in quello degli altri, soprattutto di chi vi sta vicino e di chi amate”, conclude Valentina.

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