Luino | 25 Ottobre 2020

“Luino può rivoluzionare l’idea di Città solo facendosi abbracciare dal proprio paesaggio”

La sopravvivenza delle città passa anche dalla realtà esterna, andando oltre la visione "urbanocentrica". Approfondimento a cura dell'Osservatorio Cavallotti

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(A cura dell’Osservatorio “Felice Cavallotti”) Le città possono sopravvivere finché riescono a rigenerarsi, e lo possono fare solo grazie alla possibilità di intrattenersi e performarsi con i processi di connessione messi a disposizione dalla confinante realtà esterna.

Processi di connessione che oggi sembrano essere di difficile soluzione, perché resi sempre più fragili, per la troppa deviante insistenza della corrosiva logica “urbanocentrica”.

La deviante logica “urbanocentrica”, ha continuato a sostenersi rivendicando la (in)capacità ideologica di riuscita del “buon governo”, e se l’è permesso continuando a mutare permanentemente gli strumenti ma non la logica; ha continuato ad insistere concentrandosi solamente su un operare insostenibile da parte dei suoi dispositivi economici, limitandosi ad affiancare forme discrezionali di sfruttamento delle risorse del territorio: prima per ragioni alimentari/commerciali, poi energetiche/produttive e per ultimo, ricercando il peggior profitto speculativo della rendita immobiliare.

Comportamento ripetuto, banalizzando la storia urbanistica, dal continuo cambiamento e rafforzamento di quella forma di rappresentazione spaziale alla ricerca di contrapposizione e non di relazione integrata e di appartenenza con il proprio territorio; ormai considerato unicamente come supporto dalla semplificata considerazione di sola duttilità e sfruttamento funzionale.

Le città nella storia, si danno e si fanno forza riuscendo a consolidare nella propria rappresentazione spaziale una fenomenologica percezione del limite: prima con strategie murarie di difesa, poi con caratterizzati disegni urbanistici che sembrano ormai considerare possibile la conclusione dell’espansione urbana: considerazione purtroppo negata negli ultimi cinquant’anni dalla decadente (il)logica espansione edilizia a “macchia d’olio”.

Se non ché, questa corruzione a “macchia d’olio”, nel concreto, non fa altro che velare la volontà di rappresentazione fenomenologica del limite. L’ignorato interesse della relazione, non ha fatto altro che rendere il limite esteticamente più caotico e senza senso, lo ha reso, nella sua apparente negazione di dialogo, paradossalmente ancora maggiormente e inconsapevolmente efficiente nel consolidare la funzione di separazione dal rimanente territorio. Il destino del territorio, in questa sua perdita di considerazione, ha definitivamente perso la sua anima generativa e strutturante.

Oggi, sembra che il pensiero politico stia cambiando e dichiari una consapevolezza e una ragionevole determinazione nel volersi occupare della risoluzione del problema. La politica, in generale, sembra aver intuito, forse capito, l’annunciato destino di implosione delle città: culturale, funzionale, economico e climatico.

Sembra aver capito l’utilità fenomenologica del limite, il suo importante contributo esistenziale, ma sembra soprattutto che abbia intuito che risulta indispensabile, oltre che necessaria e forse ancora possibile, un’inversione della direzione relazionale classica: dentro (città)- fuori (ambiente agroforestale).

Il limite non è più da ricercare isolandosi nella forma urbana costruita, è interrogabile e interpretabile solamente ricercandolo all’interno di governabili connessioni di relazioni, partendo dalle realtà paesaggistiche presenti: non più nei limiti chiusi e rigidi, ma dai limiti pensati come corpi dialoganti e porosi che si compenetrano vicendevolmente nel rispetto delle loro individuali e resilienti qualità mutanti.

Diventa, pertanto, necessaria e preziosa questa relazione di porosità compenetrante, sia per ridare un senso sostenibile e integrale alle interne componenti economiche dell’abitare che a quelle esterne produttive di bio-diversità agro-forestali.

L’ambiente agricolo e forestale potrà essere così giustamente riconsiderato e riqualificato, superando quella rigida visione di solo sfruttamento funzionale produttiva, grazie al suo prezioso e generoso contributo che può dare alla città: all’attuazione di quell’indispensabile rigenerazione del senso/significato, generante produzione di affettività, di cui ha bisogno il permanente mutare dell’ambiente urbano.

La penetrazione di componenti del paesaggio agro/forestale all’interno dei tessuti urbani, metterà in relazione, qualificandoli, i differenti ambienti, permettendo una sintassi di connessione che andrà a caratterizzarsi e rappresentarsi come il “limite-poroso” della città. Per raggiungere un concreto risultato della percezione e rappresentazione del limite bisognerà dunque riuscire ad attuare una concreta riconsiderazione del valore della connessione ambientale, una vera istituzione degli “ambienti plurimi”, dove lo spazio urbano viene attraversato da percorsi d’acqua e interessato da zone umide boschive: parchi fluviali o naturalistici; attività agricole implementate: condivisione di educanti orti urbani e esperienze di cooperazione tra produttori e consumatori; gestioni forestali predisposte alla trasformazione d’uso: boschi urbani ricreativi.

Questa positiva porosità ambientale non farà altro che rinforzare il carattere culturale del paesaggio, creando concreti benefici economici di benessere comune e di conseguenza politiche positivamente disponibili ad investimenti di cura e di custodia dell’intero areale paesaggistico.

In questi giorni in Facebook sono stati (ri)pubblicati due proposte di progetto territoriale, due grandi realtà luinesi che spiegano concretamente quanto è stato sostenuto in questo articolo. Queste due idee potrebbero diventare due concrete iniziative pioniere di questa logica nuova del “limite poroso”; un nuovo modo di ripensare la città, un contributo capace di ridare un senso innovativo, stimolante di percezione e produzione di affettività, non solo alla città di Luino, visto che il parco intercomunale Bedea-Paü-Brughiere (PLIS dove è già pronto lo studio di fattibilità) vede coinvolto anche il Comune di Dumenza e quello dell’area naturalistica delle Rogge di Voldomino (con ingenti finanziamenti per la costruzione del nuovo depuratore) il coinvolgimento del Comune di Germignaga.

Queste sono solo due dei possibili esempi realizzabili, in questo caso di facile realizzazione visto le opportunità già in campo e disponibili (PLIS e progetto del depuratore); un vero abbraccio empatico, un connesso e integrato impianto paesistico che potrebbe contribuire a ridare senso (ontologico, culturale, economico, turistico, ambientale e climatico) al divenire di Luino e dell’intero territorio luinese.

Adesso, possiamo solo aspettare e confidare che la innovata lungimiranza politica, attraversata da lunghi dibattiti scientifici, convegni/premi e campagne elettorali, possa brillare nel grigiore espansionistico degli ultimi sessant’anni.

Come Osservatorio, non possiamo non concludere questa considerazione svolgendo il nostro costituente ruolo interrogante sugli effetti e sui comportamenti mancati, decisamente ancora possibili, dalla città di Luino. E lo possiamo fare iniziando a domandarci se l’applicazione di una pianificazione rappresentativa del “limite poroso”, nonché “abbraccio empatico del paesaggio”, avrebbe cambiato qualcosa nella innovazione del paesaggio luinese:

– se si fosse intrapreso questa inversione logica di connessione porosa del limite, passando dalla consueta relazione dentro-fuori a quella fuori-dentro, l’elaborazione del Piani di governo del territorio PGT avrebbe confermato le stesse decisioni, oppure avrebbero introdotto nuove condizioni strutturanti?
– Le realtà urbane perimetrali, i borghi e le frazioni, avrebbero usufruito di maggior interesse e di maggiore qualifica, visto il loro ruolo principale nelle azioni di porosità, oppure sarebbe riconfermato l’espresso disagio integrativo con il resto della città?
– Si sarebbe operato analogamente confermando la decisione di pianificare in un secondo tempo le “aree centrali” e, se sì, sarebbero state utilizzate e formalizzate le stesse considerazioni, le stesse sensibilità e individuato le stesse invarianti (decisioni indiscutibili a cui viene assegnato un valore di bene comune)?
– Insomma, se si fosse ritenuto indispensabile arrivare ad un’ennesima elaborazione degli indirizzi (PGT delle aree centrali), si sarebbe arrivati allo stesso risultato?

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