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Malawi | 14 Giugno 2020

Da Marchirolo in Malawi, l’impresa di Silvia Lecca

"Dal 2010 siamo stati in Tanzania, Zimbabwe e Mozambico, prima di arrivare in Malawi e trovare il posto giusto: è stato amore a prima vista"

Tempo medio di lettura: 3 minuti

Silvia Lecca insieme al compagno Mark, sono proprietari di Casa Rossa ristorante italiano con alloggio e campeggio a Zomba, una cittadina nel sud del Malawi, sulle pendici dello Zomba Plateau.

Quando è iniziata la vostra avventura in Malawi?

Abbiamo lascito l’Italia nel 2010 e abbiamo viaggiato “zaino in spalla” per quattro mesi cercando un posticino dove vivere con altri ritmi. Siamo stati in Tanzania, Zimbabwe e Mozambico prima di arrivare in Malawi e trovare il posto giusto: è stato amore a prima vista. Abbiamo affittato e ristrutturato una vecchia casa coloniale appena fuori dal paesino di Zomba. Vista spettacolare, scimmie e uccelli di tutti i tipi in giardino, alberi di mango, guava e avocado. Un piccolo paradiso. Di notte si sentono le iene e il cielo è pieno pieno di stelle.

Per il primo anno abbiamo fatto i lavori per rimettere in sesto questa bellissima vecchia casa, poi abbiamo iniziato a insegnare alle ragazze del villaggio qui vicino, Zilindo, come fare le tagliatelle, gli gnocchi di patate, il ragù alla bolognese e la crema fritta all’ascolana. Noi non siamo cuochi e non avevamo mai fatto questo lavoro prima. Ci è sempre piaciuto mangiare bene! Siamo davvero orgogliosi di quello che siamo riusciti a mettere in piedi.

Come riuscite a recuperare le materie prime?

Siamo cresciuti con il paese: 10 anni fa era quasi impossibile trovare il burro, la panna, qualcosa di simile agli affettati… Il primo anno il burro lo facevamo noi: c’era una vecchia signora inglese sulla montagna che aveva le mucche e vendeva il latte crudo e la panna. E poi non c’erano formaggi, a parte il cheddar di orribile qualità. Oggi si trovano molte cose per fare piatti più divertenti. Si trovano addirittura il caprino e la panna acida o i gamberoni surgelati!  Per la spesa siamo abbastanza fortunati: il mercato di frutta e verdura di Zomba è uno dei migliori non solo del Malawi. Spesso in Africa nei mercati si trovano pomodori, cipolle, cavoli, patate, patate dolci, carote, banane e “foglie”. Qui si mangiano come contorno alla polenta le foglie di quasi tutto: fagioli, zucca, piselli, patate dolci e poi colza, mostarda, amaranto. Per formaggi, burro, carne e vino bisogna andare a Blantyre, la seconda città del Malawi, a circa 1 ora di macchina. Oggi si trova il Parmigiano Reggiano, la mozzarella e il mascarpone Galbani, la Nutella, il cioccolato Lindt, la passata Mutti… tutto a dei prezzi assurdi ovviamente. Noi siamo particolarmente fortunati perché l’acqua di Zomba è potabile grazie alla diga costruita 15 anni fa dagli italiani. Ci sono ancora malawiani che bestemmiano perfettamente in bergamasco!

Quali sono i clienti tipo del vostro ristorante?

Prima del coronavirus lavoravamo soprattutto con chi era in Malawi per lavoro: medici, ricercatori, economisti, insegnanti ma anche missionari, volontari di ogni tipo, peace corps. Zomba non è esattamente una meta turistica. Ogni tanto capita che i parenti di qualcuno che lavora in Malawi vengano in visita. Vanno al lago, al parco a vedere gli animali e magari a Zomba. Abbiamo i “grandi viaggiatori”, quelli che con la jeep e la tende sul tetto fanno il giro dell’Africa o del mondo e che stanno in giro per mesi o per anni. Personaggi interessanti, con un sacco di storie da raccontare. Come quella di due inglesi non più giovani che stavano facendo il giro del mondo in camper. Parlavamo di posti da visitare prima che spariscano o che cambino troppo. Lui ha sorriso a lei e le ha detto: “Che ne dici se ci prendiamo una vacanza dalla nostra vacanza, prendiamo un aereo e andiamo a Cuba?”. O del  ciclista sardo trapiantato nel milanese che ha pedalato su e giù per tutto il Malawi e ha dato l’ok ai nostri culurgiones.

Come si sta vivendo in Malawi la pandemia?

Il presidente il 20 marzo ha dichiarato lo stato di “disastro nazionale” senza neanche il caso zero e ha ordinato la chiusura delle scuole a partire dal lunedì successivo. Qui avevamo già deciso che quello sarebbe stato l’ultimo week end di apertura per il ristorante. Il governo aveva annunciato il lockdown di tre settimane. I difensori dei diritti civili si sono opposti e hanno chiesto alla Corte Suprema di pronunciarsi sulla legittimità e sulla validità di questa decisione. Il responso? Niente chiusura forzata in Malawi. Meglio così. Sarebbe comunque servito a poco: qui la maggior parte della gente vive in piccolissimi villaggi di capanne, senza vetri alle finestre. Qui sono abituati a stare tutti insieme, mangiare da un solo grande piatto nel mezzo, dormire in tanti in una sola stanza. Il distanziamento sociale è qualcosa di incomprensibile. Hanno messo secchi con acqua e sapone ovunque ma spesso si vedono quattro o cinque persone lavarsi le mane “in compagnia”, chiacchierando del più e del meno, tutti attorno al secchio, vicini vicini.  Qui si muore ancora tanto di malaria, tubercolosi, anemia, AIDS.

Come vi siete organizzati?

Abbiamo appena riaperto, ma solo con cibi da asporto e consegne a domicilio. E pensare che ci siamo rifiutati per 10 anni di fare il take away!

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