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Cultura | 1 Marzo 2020

Il “Coronavirus” ai tempi de “I Promessi Sposi”

Pensieri e riflessioni riportando un passo sentito e importante del celebre racconto di Alessandro Manzoni, durante la peste che colpì Milano nel Seicento

Tempo medio di lettura: 3 minuti

(Fonte Eco del VaresottoFoto da promessisposi.weebly.com) I tempi sono assai mutati e qualche secolo è passato da quel 7 novembre 1628, quando “per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sul far della sera, Don Abbondio, curato di uno di quei paesini aggrappati sulle falde dei monti che circondano il lago di Como”. Questo l’incipit del capolavoro di Alessandro Manzoni “I promessi sposi”.

Ma lo scenario non è poi così cambiato, da allora, tanto che, se leggiamo il XXXI capitolo, dedicato alla peste che colpì Milano, riaffiorano gli stessi dubbi che ebbero Tribunale della Sanità del tempo e i politici, allora chiamati decurioni, che si occuparono di questa epidemia. Ora come allora quelle opinioni confuse e l’idea del pericolo imminente sono esattamente uguali a quelle che suscitano in noi il Coronavirus.

Oggi questo flagello mondiale sta sconvolgendo i principali popoli del mondo e tantissime persone si sentono minacciate. Malgrado la scienza attuale sia a livelli assai progrediti, i dubbi e le dietrologie sono sempre presenti, mostrando a tutti che l’uomo, in ogni epoca, vorrebbe avere solo certezze, ma cade inesorabilmente vittima di ancestrali paure.

Ecco che cosa accadde all’epoca in cui Renzo Tramaglino si trovava a Milano in cerca della sua amata Lucia: il Cardinale Federigo Borromeo aveva acconsentito che si facesse la processione con l‘urna dov’erano rinchiuse le reliquie di S. Carlo, dopo essere stata esposta per otto giorni sull’altare maggiore del Duomo.

La processione passò per tutti i quartieri della città: a ognuno di que’ crocicchi, o piazzette, dove le strade principali sboccan ne’ borghi, e che allora serbavano l’antico nome di carrobi, ora rimasto a uno solo, si faceva una fermata, posando la cassa accanto alla croce che in ognuno era stata eretta da san Carlo, nella peste antecedente, e delle quali alcune sono tuttavia in piedi: di maniera che si tornò in duomo un pezzo dopo il mezzogiorno.

Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima. Ma, oh forze mirabili e dolorose d’un pregiudizio generale! non già al trovarsi insieme tante persone, e per tanto tempo, non all’infinita moltiplicazione de’ contatti fortuiti, attribuivano i più quell’effetto; l’attribuivano alla facilità che gli untori ci avessero trovata d’eseguire in grande il loro empio disegno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col loro unguento quanti più avevan potuto…

Da quel giorno, la furia del contagio andò sempre crescendo: in poco tempo, non ci fu quasi più casa che non fosse toccata: in poco tempo la popolazione del lazzeretto, al dir del Somaglia citato di sopra, montò da duemila a dodici mila: più tardi, al dir di quasi tutti, arrivò fino a sedici mila.

Il 4 di luglio, come trovo in un’altra lettera de’ conservatori della sanità al governatore, la mortalità giornaliera oltrepassava i cinquecento. Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo il calcolo più comune, a mille dugento, mille cinquecento; e a più di tremila cinquecento… Bisognava tener fornito il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di tutti gli attrezzi d’infermeria; bisognava trovare e preparar nuovo alloggio per glVisualizza articoloi ammalati che sopraggiungevano ogni giorno.

Si fecero a quest’effetto costruire in fretta capanne di legno e di paglia nello spazio interno del lazzeretto; se ne piantò un nuovo, tutto di capanne, cinto da un semplice assito, e capace di contener quattromila persone. E non bastando, ne furon decretati due altri; ci si mise anche mano; ma, per mancanza di mezzi d’ogni genere, rimasero in tronco. I mezzi, le persone, il coraggio, diminuivano di mano in mano che il bisogno cresceva…

Le riflessioni che possiamo fare su questa pagina de “I promessi sposi” sono molto semplici: abbiamo capito che i grandi affollamenti favoriscono la diffusione di qualsiasi virus e quindi andrebbero vietati; stessa sorte, purtroppo, per i pregiudizi, che attribuiscono le origini di flagelli simili a cause del tutto improbabili e pretestuose.

Del resto basta seguire i social e i media per scoprire che convivono teorie e opinioni diametralmente opposte, lasciando i poveri cittadini in balia delle varie teorie di pensiero, senza la possibilità di elaborare una verità certa che possa tranquillizzare tutti.

Speriamo comunque che questo difficile periodo possa terminare il più presto possibile, magari come accadde a Renzo Tramaglino, che: “Appena passata la soglia del lazzeretto e preso a diritta, per ritrovar la viottola di dov’era sboccato la mattina sotto le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie. Renzo, in vece d’inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel susurrìo, in quel brulichìo dell’erbe e delle foglie, tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente e più vivamente quello che s’era fatto nel suo destino”.

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