Luino | 26 Gennaio 2020

“Come eravamo”, la Giuentü dul bumbas

Un approfondimento di Giorgio Roncari sul rapporto tra anziani e giovani, che sembra ripetersi di generazione in generazione nonostante il passare del tempo

Tempo medio di lettura: 3 minuti

(Articolo a cura di Giorgio Roncari) “Giuentü dul bumbas nia sü al cald e senza penser”. Quante volte ci siamo sentiti ripetere questo, non certo lodevole, giudizio quando, negli anni Sessanta, eravamo ragazzi. A dircelo erano anziani o uomini abbastanza maturi da potersi considerare saggi e vissuti, quindi in diritto e in dovere di poter emettere giudizi a raffica verso la nostra generazione che, a loro dire, era nata nella bambagia e viveva senza preoccupazioni.

“Voialtri siete nati con tutto al piano del babi (del mento), serviti e riveriti e chissà che mondo sarà quando non ci saremo più noi a portarlo avanti… – continuavano – Nüngh (noi), ciavevamo nagott, niente. Non c’era lavoro, c’era una gran miseria, in tasca avevamo zero e neanche a voltarci a culo in su veniva giù un quattrino per berci un bicchier di vino. Noialtri si che abbiamo vissuto la vita… e le volte che c’è tremato il pincirolo perché c’era la guerra e c’era la paura. La nostra gioventù è stata tutta una roba difficoltosa.
C’era la fame e niente da mangiare. Avevamo sempre gli stessi vestiti, festa e lavoro. Non sapevamo neanche cosa era il lusso. Se volevamo fumare ci toccava catar su i mocci per terra o sennò fumare le radici o le foglie di mergone, granoturco. Si trasava nott, non si sprecava nulla, si doveva tener da conto tutto, mica come adesso che vai là nelle discariche e ci trovi roba”.

Alle loro storie e alle loro miserie noi ‘gioventü del bumbas’ ci credevamo certo e stavamo, a volte, anche ad ascoltarle. Ci infastidiva però che ce le propinassero un giorno si e l’altro pure, come vecchie telenovelas – termine che allora non conoscevamo ancora – mettendoci spesso una certa acredine e invidia, come se del loro infelice passato avessimo noi qualche recondita colpa. “Dovete impararne ancora inscì! Laciott” aggiungevano con superiorità.

“Ma a voi, quando eravate giovani, i vecchi cosa vi dicevano”, ribattevamo a volte, intimamente persuasi che le stesse rampogne e rimproveri li avessero subiti da ragazzi dagli anziani dei loro tempi. “Ai nostri tempi non si poteva mica rispondere ai vecchi come fate voi, si doveva stare schisci sennò ti arrivava un qualche sberlone e tè, lo prendevi e lo mettevi via in silenzio. Se ti chiedevano una cosa dovevi ubbidire e basta e se ti dicevano di andare a comprarci le sigarette dovevi andare e cito. C’era rispetto una volta mica come ora”. Onestamente non ci sembrava di essere così irrispettosi nei loro confronti e anche noi, se ce lo chiedevano, andavamo a prendere loro cinque sigarette sfuse – allora si poteva – con la tabaccaia che ci chiedeva per chi erano per evitare che le fumassimo noi. “Va che poi ce lo chiedo neh!” diceva consegnandocele.

“E poi va se è la maniera di andare in giro? – riprendevano prendendosela con la moda – Cavioni! Tagliatevi i capelli sennò ve li tagliamo di notte a l’Umberta. E va che calzoni a vita bassa e che magliette striminzite che se ved ul bumbenin, l’ombelico.” Criticavano anche le minigonne “Ma non si guardano mica nello specchio, non si vergognano di andare in giro a far vedere il culo e tante anche a far ridere la gente…” e si capiva che lì erano più tolleranti, soprattutto per quelle ben fatte.

Poi disapprovavano anche la nostra voglia di ridere, di allegria. “Adess ciànno tutto, ma non sono capaci di divertirsi, següten a rid, continuano a ridere come stupidelli. Noi sì che ci divertivamo anche con niente”. “Sapete perché malgrado la miseria, la fame, la guerra, il lavoro che non c’era e tutto il resto, vi divertivate ugualmente – azzardavamo – per- ché eravate giovani e la gioventù è spensierata”. Qualcuno ci pensava un poco e poi ci dava ragione, qualcun’altro più superbo ci riempiva di male parole.

Poi sono passati gli anni, è arrivata la ‘gioventù del mangime’ venuta su a omogeneizzati e deglutinati. Ora c’è la ‘gioventù del ‘polistirolo’ a cui fa schifo il grasso del prosciutto ma mangiano corn flakes, chips, gallette di riso, roba che ricorda appunto il polistirolo. Non pare, però, che sia passata la voglia degli anziani, e mi riferisco oramai alla ‘generazione del bumbas’, di criticare i ragazzi concludendo con l’immancabile: “Si stava meglio ai nostri tempi, quando eravamo giovani”. E ci credo. (Fonte Eco del Varesotto)

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